1° report dalla Palestina
Published by RedNest Dicembre 25th, 2006 in palestina.Report da Israele-Palestina. 20 e 21 dicembre 2006.
Questa che vi scrivo è la storia di una penosa odissea che non avrei mai voluto raccontarvi. La storia di un viaggio da Roma a Tel-aviv durato 30 ore: sì, 30 ore.
Partecipo a questa missione su invito del Coordinamento degli Enti locali per il Mediterraneo, una associazione di Comuni e Province soprattutto campani che si è costituita per favorire la collaborazione amministrativa tra Enti locali del Mediterraneo e su sollecitazione del Consigliere diplomatico della Regione Campania e della responsabile internazionale dell’Anci. Una delegazione di amministratori locali hanno in programma di tenere a Bethlehem una Conferenza internazionale sui governi locali e sottoscrivere un impegno per costituire un Parco nazionale a Bethlehem. Al progetto aderiscono le Comunità dei Parchi del Vesuvio e del Cilento.
Avevo pensato di profittare del viaggio per verificare lo stato dei progetti che la Provincia di Salerno sostiene in Palestina (un Osservatorio permanente di Pace a Nablus e un Centro medico sociale a Gerusalemme Est) e verificare la possibilità di trasferire un aiuto economico che una associazione laica italiana ha deciso di impegnare per acquistare strumenti e materiali medici per una rete di strutture sanitarie in Gisgiordania.
Era ovvio che c’era anche l’esigenza di capire, da ‘dentro’, cosa stesse capitando in Palestina. Quale fosse il grado di tensione nei Territori occupati, se fossero credibili le voci di un temibile e terribile, lento scivolamento verso la ‘guerra civile’ tra le componenti della resistenza palestinese. Quale fosse lo stato di avanzamento della costruzione del ‘Muro’, e quali le sue conseguenze sulla vita delle comunità palestinesi. Quale lo stato dell’occupazione dei Territori.
Per ragioni di economicità e per razionalità di collegamenti, avevo prenotato un volo con l’El-Al, la compagnia aerea israeliana, che partiva da Roma la mattina del 20, e così, considerando anche il tempo lungo dei controlli di sicurezza previsti, mi sono mosso da Salerno alle tre di notte. Riesco ad arrivare al check-in con oltre un’ora e mezza di anticipo sulla partenza. Il controllo e la serie di domande della Sicurezza sono meticolosi. Spiego le ragioni e la natura del viaggio, il mio ruolo di delegato alla cooperazione e alle relazioni internazionali alla Provincia di Salerno, che spiegava anche quel visto libanese sul passaporto.
Riferisco anche le coperture diplomatiche del viaggio e della missione: tutto. Mi invitano con cortesia ad attendere e mi offrono un caffè.
Una mezz’ora dopo, mi riferiscono che il capo scalo della El-Al ha chiuso il volo: non posso prendere l’aereo: sono dispiaciuti. Nel frattempo altre tre persone arrivano al Check-in e passano. Verso le 11 riesco a contattare il capo scalo. Altre trattative, alla fine mi trasferiscono il volo: nel pomeriggio parte un volo Alitalia per Atene e alle 23 un altro El-Al per Tel-aviv. Nessun problema per il primo. Ad Atene, al check della El-Al arrivo tre ore prima.
Ancora una lunga trafila di domande e dopo due ore mi dicono che non posso partire. Questa volta la scusa è che porto con me un computer portatile. Contatto le autorità diplomatiche italiane in Israele che mi dicono di cercare di arrivare comunque a Tel-aviv: per loro è impossibile intervenire in Grecia.
Ancora altre ore buttato in un bello ma anonimo aeroporto. Alla fine, dopo altri contatti con il capo scalo ad Atene, riesco a farmi trasferire il biglietto su un volo Olympic che parte all’una di notte.
Arrivo a Tel-aviv alle tre. Al controllo di sicurezza, dopo vari interrogatori e controlli operati da una serie di giovani ragazze, mi dirottano in uno stanzino spoglio dove attendono silenziosi alcuni uomini e donne dai tratti arabi.
A distanza di un paio di ore una dall’altra, giovani ragazze della sicurezza mi rifanno la stessa serie di domande e mi dicono –tutte- aspetti due minuti.
Passano otto ore. Protesto. Sono un cittadino italiano, dico, e non un prigioniero. Una addetta ai controlli, ancora, mi chiede se conosco qualcuno di ‘sinistra’ in Israele. Nel frattempo, alle otto di mattina, ho contattato l’ambasciata italiana. Qualcuno della sicurezza, mi porta un panino e una bottiglietta d’acqua. Rifiuto. Subito dopo mi restituiscono il passaporto. Quando mi avvio, il piccolo gruppo di quelli che sono nello stanzino ‘d’attesa’ mi fanno un applauso.
Non è facile dirlo, se si sente di essere considerato ‘indesiderato’ in un paese per via del proprio impegno pacifista e per la riconciliazione e il dialogo, se si è per il rispetto dei diritti umani dovunque e comunque: ma l’impressione che ho è che, al di là delle normali esigenze di sicurezza, Israele si consideri in guerra non tanto contro qualche popolo o qualche stato, ma contro un sentimento diffuso. Un sentimento che mobilita per la distensione e la pace in Medio Oriente.
Quando, all’uscita dell’aeroporto prendo un taxi per Bethlehem, l’autista, israeliano, mi dice che può portarmi fino al check-point. Per spiegarmi mi dice che c’è conflitto con i palestinesi. E lo fa mostrandomi gli indici delle mani che si affiancano: un gesto che noi facciamo per dire che c’è intesa e amicizia. Anche i gesti, qui, significano altro. Non amicizia e intesa, ma contrasto e conflitto. Decido, allora, di farmi portare a Jerusalem.
In albergo cerco di recuperare qualche ora, faccio una doccia e scendo a piedi verso la città vecchia: voglio camminare fra la gente e incontrare i loro sguardi, leggere i loro comportamenti, capire quale è la normalità della vita. Vedo molti ebrei ortodossi nella città araba. Alcuni passano a testa bassa e quasi di corsa, ma affermano comunque il loro diritto al territorio. La cosa si ripete nella città vecchia. Tra la confusione della porta di Damasco gruppi di soldati israeliani e, vicino, soldati della sicurezza palestinese.
Dentro, nelle stradine del Suk arabo, qualche bandiera israeliana alle finestre di alcuni edifici, e, sotto cittadini israeliani, non militari, con la pistola in pugno che accompagnano loro connazionali al Muro del Pianto, passando davanti all’ingresso della Spianata delle Moschee. Anche qui noto l’atteggiamento di sfida di chi decide di non andare al Muro per la parte ebraica di Jerusalem: intere famiglie di ebrei ortodossi che attraversano la parte araba della città vecchia quasi pregando, affidandosi al Dio che aiuta chi rischia il sacrificio per la propria fede.
Dall’altra parte c’è l’atteggiamento apparentemente rassegnato degli arabi palestinesi, che stanno davvero male, e accumulano un rancore inespresso.
Stanno male: i negozietti chiusi, anche nella città vecchia, quelli che offrono immagini cristiane ai pellegrini sulla ‘Via dolorosa’, quelli che vendono a improbabili acquirenti candelabri e stelle di David nei dintorni del Muro.
Al Santo Sepolcro un po’ di fermento. Non tanto, però. Qualche pellegrino in più delle altre volte, da quando è iniziata e si è spenta la Seconda Intifada. Quella di Alaqsa, quella iniziata dopo l’irruzione armata di Sharon nella Spianata, luogo sacro dell’Islam. Che segnò anche la fine delle speranze di Oslo e degli accordi di Camp David.
Ritorno in albergo passando tra i poveri e inutilmente pretenziosi negozi della zona Est di Jerusalem: mi ricordano quelli dei vicoli di Spaccanapoli.
In albergo contatto un esponente del Medical Relief per definire i progetti di aiuto umanitario. È a Ramallah, cercherà di raggiungermi.
Ramallah, al centro di scontri tra fazioni palestinesi, nei giorni scorsi è rimasta isolata. Il check-point di Kalandya è stato chiuso.
Spero che riesca a venire a Jerusalem……
Ernesto Scelza.

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