appello

Medio Oriente, rompere il silenzio
tratto da: il manifesto 08/11/2006
***

Lettera aperta al mondo dell’informazione. «Non parlate di noi!». Parlate di loro.

Il sangue e il terrore continuano a scrivere la storia del Medio Oriente. Eppure sui grandi mezzi di informazione, pubblici e privati, del nostro paese si fatica a trovarne traccia. Di tanto in tanto un episodio più orripilante di altri diventa cronaca: cronaca dell’orrore, solo cronaca senza capo ne coda, senza prima ne dopo. Solo violenza dalla Terra Santa che si aggiunge alle altre violenze dell’Iraq, dell’Afghanistan o di casa nostra. Quasi mai troviamo un’analisi che aiuti a capire, un’inchiesta o un approfondimento che mettano in luce le radici dei problemi, l’intreccio delle responsabilità, un dibattito che metta a confronto le diverse tesi politiche o le proposte per uscire da questa tragedia infinita.

Eppure le domande sono molte. Cosa sta facendo l’Italia? E l’Europa? Cosa c’e dietro a questo spaventoso silenzio della comunità internazionale? Cosa non si sta facendo per evitare che la prossima guerra ci scoppi ancora una volta in faccia? Fino a quando dovremo restare in Libano? Perchè non andiamo anche a Gaza?
L’Italia e stata chiamata ad assumersi importanti responsabilità in Libano e molte altre se ne dovrà ancora assumere per dare realmente una mano alla pace. Ma chi ne parla? Chi ne discute? Quando? Agli italiani è concesso, di tanto in tanto, di conoscere qualche fatto di cronaca nera: non di farsi un’opinione, di capire e dunque di agire.

Come può accadere tutto questo? Non e forse compito quotidiano dell’informazione rivolgere uno sguardo attento alla realtà, contribuire alla formazione di un’opinione pubblica critica e consapevole, andare alla ricerca della verità, favorire la comprensione dei fenomeni più complessi che attraversano il nostro tempo?

Di fronte all’ escalation di guerre e tensioni che dal Medio Oriente continuano ad infiammare il mondo, all’ennesima strage di Gaza, al lucido discorso pronunciato l’altro ieri da David Grossman a Tel Aviv, rivolgiamo un appello a tutti i giornalisti, agli organi di informazione, ai direttori delle reti e dei programmi radiotelevisivi, pubblici e privati, ai conduttori e responsabili delle trasmissioni di approfondimento perchè si riaccendano i riflettori sul Medio Oriente, sui popoli che abitano questa regione a noi così vicina, sui responsabili della politica che hanno il dovere di agire subito, sulle tante organizzazioni della società civile e sui tanti enti locali che continuano a costruire ponti di pace, di solidarietà e di speranza, laddove altri predicano solo impotenza e rassegnazione.

Se si vuole ridurre il tasso di volgarità della nostra televisione, è indispensabile aumentare il tempo dedicato al grandi temi dimenticati del mondo, a cominciare dalla Terra Santa e dal Medio Oriente. Non solo per conoscere cosa sta realmente accadendo ma soprattutto per capire cosa bisogna ancora fare.

Di tutto questo si parlerà ampiamente nella manifestazione nazionale per la pace in Medio Oriente in programma a Milano il prossimo 18 novembre per iniziativa di numerose organizzazioni della società civile e di enti locali.
Non ci interessa solo la quantità di tempo e di spazio che verrà dedicata a questa straordinaria iniziativa di pace ma anche, e soprattutto, la quantità del tempo e dello spazio che da oggi verrà dedicato ai problemi che sono al centro delle nostre preoccupazioni.

(***) Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace, Giuseppe Giulietti, portavoce Associazione Articolo21

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1 Response to “appello”

  1. 1 RedNest

    Ricevo, dall’inviato in Libano dell’ufficio Pace della Provincia di Salerno:

    Primo report dal Libano. Venerdì 3 e sabato 4 novembre 2006.

    Siamo giunti a Beirut lo scorso fine settimana. La piccola delegazione è composta da Mary, del Cric, Adriana, del SCI, da Farshid dell’Associazione per la Pace e da me, che, oltre ad essere interessato ai progetti di educazione alla pace e per la risoluzione dei conflitti di Assopace, sono qui per contatti in vista del Forum internazionale sul Medio Oriente che stiamo organizzando a Salerno come Ufficio Pace e Cooperazione internazionale della Provincia.
    Troviamo alloggio in un albergo abbastanza centrale, ad Hamra, nella zona musulmana della città. Contrattiamo un buon prezzo per sette giorni.
    Già in serata contattiamo alcuni cooperanti italiani, che operano da tempo nella zona e sono qui da prima dell’ultima guerra dei 34 giorni dello scorso luglio e agosto. Definiamo una prima agenda di incontri per il giorno successivo.
    Sabato abbiamo appuntamento con Salah Salah, già responsabile dell’Olp per i rifugiati palestinesi in Libano, che ha trascorso lunghi anni nelle prigioni israeliane prima di essere scambiato con un gruppo di sequestrati. Questa esperienza lo ha segnato fino a farlo sembrare più vecchio dei suoi anni. Ora dirige il Social Communication Center – Ajial, nei pressi del campo profughi di Shatila. Suo figlio Rabih, è un possibile partner del progetto che Cric, Ciss e Assopace stanno elaborando all’interno del piano della Cooperazione italiana in Libano promosso dal Ministero degli Esteri.
    Il progetto dovrebbe riguardare un aspetto generalmente trascurato degli interventi di cooperazione che si fermano alla ricostruzione delle strutture, mentre qui l’attenzione è rivolta alle persone, e soprattutto ai giovani, che vanno educati alla pratica della risoluzione non violenta dei conflitti. Dei micro conflitti, quelli che si propongono quotidianamente nelle esperienze concrete di convivenza. Oltre ai training, alla formazione dei formatori locali e alle pratiche di non violenza e di educazione alla pace, il progetto prevede l’organizzazione di campi estivi e invernali cui far partecipare giovani italiani e libanesi e una specifica attenzione alle questioni di genere e all’ambiente.
    Nel corso della missione ci renderemo sempre più conto dell’importanza di questi aspetti che inizialmente potremmo considerare marginali, e un po’ troppo esterni alle esigenze di interventi di emergenza. La storia di questo paese e la sua coscienza diffusa, soprattutto tra i giovani, è profondamente segnata dalla lunga esperienza di guerra civile tra componenti religiose e politiche. Tanto che nel febbraio dello scorso anno personalità come Rafic al-Hariri, il leader moderato antisiriano e con buoni agganci occidentali ucciso (con altre 22 persone) in un attentato che molti hanno attribuito a componenti legati alla Siria, hanno assunto il ruolo di simboli dell’indipendenza e dell’automia nazionale libanese. Dopo l’attentato ad al-Hariri un gruppo di giovani ha piantato per settimane delle tende in una piazza al centro di Beirut chiedendo verità, democrazia e indipendenza. La protesta è montata fino alla manifestazione di un milione di persone il 14 marzo 2005, ad un mese dall’attentato ad al-Hariri, che ha sostenuto la svolta antisiriana.
    Attualmente la coalizione di governo comprende sia esponenti e partiti del cosiddetto Fronte del 14 marzo, che esponenti dell’opposizione parlamentare filosiriana (Amal, la Corrente nazionalista libera del generale Awn ed Hizbullah). Hizbullah è presente nell’esecutivo con tre ministri.
    Una prima conseguenza delle vicende del 2005 à stato l’abbandono delle postazioni militari siriane, che in base al vecchio accordo franco-americano del Cairo svolgevano una funzione di protettorato della fragile democrazia libanese, da sempre condizionata da un instabile sistema politico partitico-confessionale.
    Per tornare ad Hezbollah e al suo leader Hasan Nasrallah, questi viene visto qui un po’ da tutti come un eroe nazionale, dopo la resistenza all’invasione di luglio, anche se si sa che da un anno, sia Hezbollah che Israele hanno preso a considerare inevitabile un conflitto armato, con un crescendo di scontri sul confine meridionale del Libano, fino alla cattura dei due soldati israeliani sul confine e l’invasione israeliana.
    Ma già ora, dopo il cessate il fuoco, riprende il confronto critico tra partiti e componenti confessionali della società libanese.
    Insomma, tutto è qui molto complicato. E sarebbe necessario individuare interlocutori intelligenti e affidabili che conoscano bene la composizione della realtà politica e sociale libanese e non siano condizionati dalle sue ramificazioni. Che siano interni ed esterni ad un tempo a questa realtà e ai suoi interessati intrecci.
    Un problema. Sia per l’articolazione e lo svolgimento dei progetti di cooperazione che per la comprensione della realtà politica e l’evoluzione del quadro dopo la tregua seguita all’invasione israeliana dell’estate.
    Comunque, sabato, dopo aver accettato un invito a pranzo a casa di Salah Salah, preparato con cura e attenzione a tutti i riti dell’ospitalità mediorientale dalla moglie Samira, ci rechiamo nel vicino campo profughi palestinese di Shatila. Shatila nel settembre dell’82, assieme al campo di Sabra, fu esposta al massacro maronita-falaginsta. Sostenuto dalle truppe israeliane, che avevano occupato Beirut alla guida di Sharon. Il conto dei morti di quel massacro non è stato mai compiuto, di certo tra 3000 e 3500 vittime in 40 ore di stragi.
    Entriamo nel campo che è già sera inoltrata. Le condizioni in cui sono costretti a vivere i profughi è terribile. Le costruzioni improvvisate e precarie si addossano le une alle altre: non avevo mai visto baracche di tre piani!
    In un piccolo locale tra il fango, il selciato sconnesso e i rivoli di una fitta pioggia in un’afa soffocante, è sistemato quello che pensiamo sia un centro giovanile. Qui ci attendono Abu Alì e una piccola delegazione di giovani palestinesi. Parliamo del progetto che prevede il coinvolgimento di associazioni partner locali e la scelta di alcune località in cui attivare gli interventi. Oltre che nei campi vogliamo intervenire nell’area sud. Quella coinvolta dalla guerra.
    Con Abu Alì concordiamo una visita per il giorno successivo lungo il confine meridionale, tra i villaggi distrutti dalla guerra.
    Quando torniamo in albergo sappiamo del massacro di Beit Hnun, nel nord della striscia di Gaza. Attraverso internet sappiamo che un corteo di protesta di donne palestinesi è stato fatto oggetto ad attacchi aerei. 2 donne uccise davanti la moschea che si sommano alle altre decine di morti dei giorni scorsi: sessanta in meno di una settimana, in gran parte civili. Donne e bambini.
    Sul tardi, in albergo, ci incontriamo con Rabih, il giovane figlio di Salah che lavora con Ajial e di fatto lo dirige. Ci sembra che sia quello che meglio capisca il senso del progetto e anche le sue difficoltà.

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