Gol, mucche e canaglie

India: Coppa d'Asia under 20La Coppa d’Asia under-20 e’ un torneo a 16 squadre valido per le qualificazioni del prossimo campionato del mondo giovanile che si giocherà in Canada nel 2007. In realtà sembra il mondiale degli stati canaglia ed è teatro di un intreccio di storie in cui la religione e la politica si confondono con il calcio (e con l’India). Qui il pallone sta di casa come una partita di cricket la domenica all’ Olimpico. Nella terra non battuta dei campetti di Bangalore, quando folte scolaresche in eleganti divise blue e beige smettono di colpire la palla di cuoio, ci si siedono mastodontiche mucche pezzate: per gli Hindu sono «God in the street» e nel vederle immobili, calme e ferme nel delirio del traffico scandito dalle trecento battute di clacson al minuto viene quasi da crederci. Le squadre arabe hanno affrontato la preparazione per il torneo durante il Ramadam. L’allenatore dell’Arabia Saudita, Gilson Nunes, un brasiliano migrante del pallone che ha allenato anche in Costarica e in Marocco, racconta a proposito che per tutto il mese santo la sua squadra ha tenuto una sola sessione di allenamento al giorno, con inizio alle dieci di sera fino talvolta al comparire delle luci che promettono l’alba. «Non sono mussulmano - dice il coach - ed ero consapevole che allenamenti di questo tipo avrebbero ostacolato il mio progetto di preparazione, ma il rispetto della religione e delle regole di un paese viene prima di qualsiasi schema di gioco».

La nazionale irachena ha dovuto invece adattarsi alle regole della guerra . Il capitano Khaldoun Ibrahim, volto sorridente, gli occhi neri come catrame che potrebbe essere un ragazzo delle Eolie, racconta che per poter continuare a giocare a pallone è dovuto emigrare in Iran. «A molti giocatori della nostra squadra hanno rapito i fratelli e i genitori. C’è persino uno di noi a cui hanno ammazzato il fratello qualche giorno fa, ma insieme al mister abbiamo deciso di aspettare a dirglielo per non turbarlo durante il torneo. E’ difficile spiegare quello che sta succedendo perché in Iraq tutti sono contro tutti. Credo che gli Stati uniti stiano facendo il gioco di al Qaeda. Entrambi vogliono un paese diviso per poter aumentare le rispettive sfere di influenza e di potere. I soldati italiani? Almeno a loro ti puoi avvicinare, mentre quelli americani se ti avvicini troppo ti sparano dritto al petto. Credo farebbero bene a tornare tutti a casa». «Questa squadra - spiega il mister Abod - rappre¬senta quello che 1′Iraq un tempo era e deve tornare ad essere: un paese pacifico in cui tutte le religioni e le etnie sono accettate. In questo gruppo giocano ragazzi sciiti e sunniti, del Nord e Del Sud del paese, ci sono persino due cristiani. Non potendoci allenare in Iraq siamo andati in Qatar e in Egitto. Questa squadra di calcio è un modello di pace. Per questo abbiamo molti nemici».

Nel suo girone la nazionale irachena ha incontrato il Vietnam e l’ha battuto per 2-0. A vederle nello stadio semivuoto quelle due bandiere vicine sembravano uno scherzo della storia. I «cattivi» di ieri contro quelli di oggi. Le differenze sono molte e l’epilogo è ancora da scrivere. In Vietnam caddero 44000 soldati americani e dopo vent’anni di guerra Ford decise il ritiro. In Iraq ne sono morti 2000 ma di ritiro non se ne parla. Certo è che nessuno dei ragazzi vietnamiti che corrono sull’erba era nato quel capodanno di luna anno 1968 e nemmeno il 30 Aprile ‘75, giorno in cui simbolicamente finì il conflitto, mentre i ragazzi di Abod le divise americane non le hanno viste sui libri di storia. Nei quarti di finale l’Iraq ha poi incontrato la Corea del Nord. La vittoria vale il biglietto per la semifinale di Calcutta, West Bengala, che insieme allo stato di Goa è quello in cui si gioca di più al calcio perché le rispettive dominazioni inglese e portoghese sono state longeve ed influenti. Sugli spalti a tifare Iraq ci sono una trentina di ragazzi arabi che studiano informatica nelle università di Bangalore. Ci sono i figli delle famiglie bene di Alessandria e dello Yemen a battere i tamburi per loro: Mohamedh di Dubai racconta che in realtà esiste una sola grande nazione araba in cui regna la solidarietà e la fratellanza. Siccome i nord-coreani non possono uscire dal loro stato per alcun motivo, tantomeno per una partita di calcio in trasferta, il team manager della squadra ha avuto una brillante idea: comprare tifo indiano a basso costo. E così per dieci rupie a testa (20 centesimi di euro) i coreani si sono assicurati un centinaio di indiani che urlano a gran voce ogni volta che il possesso della palla è degli eredi di Pak Do Ik Finisce 2-0 per la Corea del nord, che dopo la vittoria si fa mezz’ora di allenamento sotto la pioggia che sembrerebbe disciplina da regime, ma lo faceva anche il Parma di Nevio Scala. I ragazzi arabi tornano mesti al loro college e qualcuno spiega: «Abbiamo perso perché pioveva. In Iraq non piove mai cosi, non è giusto».

I cattivi di domani hanno battuto i cattivi di oggi che a loro volta avevano battutto i cattivi di ieri. I cattivi si fanno sempre più cattivi. Ora che il Vietnam e l’Iraq sono stati eliminati, degli stati canaglia è rimasta solo la Corea del nord. Ma questa e’ un altra storia. Adesso sui campetti indiani di terra e polvere tira vento. E poi magari piove.
tratto da: il manifesto
Nicola Campiotti
Paolo W. Tamburella

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