LA RIVOLUZIONE DI SILICON VALLEY
0 Comments Published by RedNest settembre 6th, 2007 in scienze e tecnologia.
Il contributo alla Rete
degli hippies e dell’Lsd
di Franco Carlini*
* Franco Carlini è morto giovedì mattina, improvvisamente, nella sua casa di Genova. Aveva 63 anni. Questo articolo è sabato su Alias.
Arianna Huffington ha 57 anni, era una commentatrice orientata a destra, ma si è progressivamente spostata sul fronte «progressivo-populista». Il suo giornale quotidiano, The Huffington Post, familiarmente HuffPo, è attivo dal 2005 e le statistiche lo segnalano come il più influente tra i siti politici, specialmente per le analisi e le opinioni.
Queste vengono da un’ampia schiera di collaboratori, noti e meno noti.
Markos Moulitsas Zúniga ha 36 anni e il suo blog quotidiano, Daily Kos, così chiamato dal suo soprannome da militare, è attivo dal 2002, più nettamente schierato sulla politica e sulle posizioni di sinistra del partito democratico. Durante la scorsa campagna elettorale il link a Daily Kos venne rimosso dal sito del candidato John Kerry, per via di un testo che Markos aveva inserito dopo una strage di mercenari a Fallujah: «per loro non provo emozione – scriveva – non erano in Iraq per aiutare la gente a farne un posto migliore, ma erano lì per lo stipendio».
Scandalo perbenista, ma il successo di lettori continua.
Si noti – e questo è molto americano – che ognuno di loro agisce in prima persona, con una testata il cui nome coincide con quello del fondatore, loro stessi. E si osservi che tutti e due sono dei relativi neofiti della politica tradizionale, come se per fare informazione di qualit? (e non necessariamente settaria) si debba essere anche fuori dai giochi e dai palazzi. Infine non si dimentichi che queste forme di espressione politica progressista sono rese possibili dall’esistenza della rete Internet, che abbatte i costi e assicura un pubblico mondiale. Il che ci rimanda indietro di un bel po’ d’anni a quei ’60 in cui la rivoluzione digitale si fece strada tra la Route 128 vicino al Mit di Boston e quella che sarebbe stata chiamata la Silicon Valley, lì attorno a San Francisco.
Un giornalista assai esperto di culture digitali, John Markoff del New York Times, ha ricostruito quegli anni e quei personaggi in un libro:
What the Dormouse Said. Sottotitolo: «Come la controcultura degli anni ’60 ha creato il Personal Computer». La tesi è che sia sbagliato narrare le origini del personal computer cominciando solo dagli anni ’70, e cioè dal garage della Apple, oppure dalle ricerche del laboratori della Xerox a Palo Alto. Le idee che generarono il personal computer e l’internet sono invece il prodotto del decennio precedente e in particolare della cultura alternativa di quei giovani. Altri testi hanno gi? raccontato questa storia e tra tutti, vecchio ma attualissimo, quello di Steven Levy, Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica (edizioni Shake).
Un altro saggio fondamentale su questi temi, che fa molto capire della rete di oggi, è We Owe It All To The Hippies ossia «Dobbiamo tutto agli Hippies». Venne pubblicato nel 1995 da Time (http://technohippie.com/archives/stewartbrand.html). L’autore, Stewart Brand, è uno dei protagonisti di quegli anni e diceva provocatoriamente:
«Dimenticate le proteste contro la guerra, Woodstock e i capelli lunghi. La vera eredit? della generazione degli anni ’60 è la rivoluzione del computer». Brand fu il fondatore nel 1968 di una generosa pubblicazione, una sorta di annuario del mondo, il Whole Earth Catalog. Lo scopo era di fornire strumenti di accesso, sì che il lettore «possa trovare la sua ispirazione, forgiare il suo ambiente e condividere le sue avventure con chiunque altro sia interessato». Un catalogo appunto, una zibaldone cartaceo, molto curato ma molto selettivo, una sorta di motore di ricerca cartaceo.
Più tardi, nel 1985, avrebbe aperto a Sausalito, lì di fronte a San Francisco, la prima e tuttora esistente comunit? virtuale online, The Well. Il web con le sue pagine ipertestuali e colorate non c’era ancora ma l’internet sì.
E come dimenticare il laboratorio per la crescita dell’intelligenza umana (Augmentation Research Center) creato da Doug Engelbart a met? degli anni ’60 presso lo Sri, Stanford Research Institute?
L’idea era gi? quella di un personal computer e di una rete globale di ipertesti, navigabile agevolmente con delle interfacce grafiche ad alta risoluzione. Da ex radarista della seconda guerra mondiale, Doug era abituato ad apprezzare le informazioni sul monitor e la possibilit? di interagire con esse. E infatti fu lui, gi? nel 1968, a realizzare il primo oggetto di puntamento di immagini sullo schermo: uno scatolino di legno di pino con quattro rotelle; ognuna collegata a una resistenza variabile, trasformavano il movimento sul tavolo in azione del cursore sullo schermo.
Lo chiamarono mouse.
Ma un ricordo speciale va obbligatoriamente a un personaggio tra i meno noti (per lui non c’è nemmeno una voce dedicata sull’enciclopedia Wikipedia – ce n’è solo una dedicata all’omonimo disegnatore della Walt Disney)(1). Si chiamava Fred Moore e a lui, militante pacifista, si devono le prime proteste contro il reclutamento obbligatorio nelle universit? .
Stiamo parlando del 1959, a Berkeley, dove condusse un solitario e clamoroso sciopero della fame davanti alla Sproul Hall, l’edificio centrale dell’universit? . Lì, cinque anni dopo, e non era ancora il ’68 ma solo il ’64, sarebbe scoppiato il Free Speech Movement guidato dallo studente Mario Savio e con la giovanissima Joan Baez che cantava con loro. Nel 1969 ci sarebbero stati i sit in contro la guerra del Vietnam e l’altro ieri, nel 2003, le grandi proteste contro la guerra in Iraq. Ma cosa c’entra Fred Moore con i computer?
Moore torner? a San Francisco una quindicina di anni dopo, quando l’eccitazione per i primi microcomputer era all’apice.
Sar? allora uno dei fondatori dell’Homebrew Computer Club, un gruppo di appassionati e di libertari che erano insieme amanti dei bit e un po’ anarchici e populisti, nel senso che pensavano che democrazia e pace si sarebbero sviluppati diffondendo la cultura digitale e i computer tra il popolo. Condivisione delle idee e delle passioni, per questo Moore lavorava, anticipando lo sharing, ovvero la condivisione delle idee, oggi così diffusa nell’internet.
Il successo anche economico avrebbe premiato molti dei membri del club, come Wozniach e Jobs della Apple. Questi peraltro, anche di recente, nulla ha rinnegato del suo viaggio in India e nemmeno dell’esperienza psichedelica a base di Lsd, sua e di una generazione. Moore comunque non era uomo del business; inquieto riprese a girare per il mondo, realizzò anche un modello di stufa ecologica destinata all’Africa. Se ne andò troppo giovane nel 1977, in un incidente stradale.
Di quegli anni e di quelle concrete utopie che hanno cambiato il mondo (malgrado i pentimenti lacrimosi e sovente interessati degli ex militanti di ieri) la Rete che allora sognarono e che oggi c’è, ci offre gradevoli e spesso toccanti testimonianze. Preziose memorie: guardate i volti, i sorrisi, i cartelli dei giovani che sfilavano per Chicago, Los Angeles e Berkeley contro la guerra del Vietnam.

Li si vede per esempio in un filmato di poco più di cinque minuti, meravigliosamente disponibile su YouTube.
Lì c’è John Lennon con e senza barba, mentre il sound incalzante è quello di «Give Peace a Chance».
Ma chi l’ha messo quel video su YouTube facendo un remix di materiali diversi?
È un giovane canadese che l’ha recuperato chiss? come e chiss? dove, lui che nacque appena 23 anni fa e di cui conosciamo solo lo pseudonimo, jigowatts. I giovani di allora, pur se diversi nel vestire, hanno la stessa felicit? protagonista di quelli del G8 genovese (per esempio: http://www.youtube.com/watch?v=__i-YORBr8Y).
Attenzione, nessuna si sogni di sostenere, per voglia di classificazione e di appropriazione, che allora «la Rete è di sinistra». Ma non è vero nemmeno l’altra idea, altrettanto banale, che le tecnologie digitali sono socialmente neutre e che dunque il loro segno «dipende solo dall’uso che se ne fa».
La storia della rivoluzione digitale ci dice invece che non per caso avvenne in America e soprattutto in California, e in quegli anni che segnarono una generazione di inventori, imprenditori, attivi (e talora attivisti). È stata e resta un prodotto sociale, figlio di una cultura liberale e libertaria, sempre trasgressiva, che a sua volta ha plasmato non solo un’industria e una tecnologia, ma anche un modo di essere liberi: di mente e di ideologia, così sfrontatamente ingenui, allora come oggi, da crederci, emagari pure farsi miliardari.
Salvo mollare tutto, magari trentenni, per fare del non profit e ricominciare altre vite.
La sua rappresentazione più iconica resta lo spot «1984» realizzato da Ridley Scott per la Apple, nel SuperBowl 1984 appunto, dove il controllo tecnologico da Grande Fratello viene sconfitta da un martello che manda in frantumi il mostro e libera tutti.
Quelli che negli anni a seguire si sono inventati il web, il p2p, Skype e Kazaa, Wikipedia e YouTube, hanno continuato sulla stessa strada: rompere l’oppressione sociale, dare voce all’informazione, la quale, come si suol dire, «Must be free».
(1) questo articolo era gi? stato pubblicato in una versione più breve su Il Manifesto nel 2006. Nel frattempo wikipedia ha accolto Fred Moore
Per Franco:
http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2302
http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2297
http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2296
http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2295


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