imm_ope_49Oggi (2 dic.2009) l’ultimo saluto al fotoreporter cavese Michele Adinolfi, morto all’et? di 66 anni. Non si era più ripreso dopo un grave incidente stradale nello scorso febbraio. Vero “giornalista di razza”, ha immortalato per decenni cambiamenti, avvenimenti e personaggi di Salerno e Cava…

Non chiamatelo fotografo, credo che non abbia mai messo in posa nessuno dei personaggi presenti nei suoi scatti improvvisi e tante volte inaspettati, né abbia guardato molto all’esposizione, alla luce, all’inquadratura studiata e artefatta”.

Così Nicola Fruscione introduceva alla mostra, l’ultima, che la galleria salernitana Leggermente Fuori Fuoco, dedicò a Michele Adinolfi il “Fotoreporter per Eccellenza, l’uomo capace di scoprire con un’immagine il lato più recondito di un avvenimento e farlo parlare“.

Organizzare quella mostra, “Salerno degli Anni ’70″, “non fu affatto cosa semplice” ricorda Nicola Palma. Non fu semplice perchè Michele Adinolfi è stato sempre uomo schivo alle celebrazioni di se stesso. Un atteggiamento, il suo, “quasi aristocratico”.

Con Adinolfi, la galleria di Via Da Procida inaugurò una serie di mostre dedicate ai fotografi salernitani. “Lui, pur non ammettendolo apertamente, fu però orgoglioso di questa cosa – ricorda Palma – Perchè dopo i grandi nomi della fotografia internazionale che avevamo esposto, comprese il valore dell’avvenimento. Come dire, lo lesse come un riconoscimento”.

Una organizzazione farragginosa “perchè lui è stato sempre geloso delle sue cose. Gli chiesi di darmi i negativi per poterli far ristampare, ma lui era molto attaccato al suo materiale, al suo archivio e non dava a nessuno la possibilit? di metterci le mani”. Un patrimonio immenso:”Lo immagino -? continua Palma – Credo che a casa sua ci saranno migliaia di stampe, negativi, provini tra l’altro tutto materiale stampato e sviluppato male, nel senso che erano foto che seguivano la velocit? di una notizia, la lavorazione di un quotidiano. Quindi tempi strettissimi di sviluppo. Per questo chiesi, senza ottenerli, i negativi degli scatti che scegliemmo per la mostra”.

Insomma “un bohèmien uscito da una soffita di Parigi” per usare le parole di Fruscione, “nel quale puoi scoprire il destino dell’artista soltanto se lui te lo permette e lo vuole. Fa parlare le sue fotografie, lui che di parole ne pronunzia poche, pochissime”.

Taciturno ma sempre sulla notizia. “Ultimamente – ricorda Nicola Palma – amava fotografare i suoi gatti. Spesso passava in galleria e mi mostrava le foto di questi mici randagi che abitavano il suo giardino. Chiss? , forse il gatto è l’animale che più si avvicinava al suo carattere. E molti di quegli scatti erano davvero molto belli.

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