Tra le montagne dell’Afghanistan*
di Vincenzo Sparagna e Savik Shuster

Kabul. Ottavo giorno del mese dello Scorpione, anno islamico 1362. In Europa sono le otto di sera di mercoledì 2 novembre, Ognissanti dell’anno cristiano 1983. Qui è notte. Gulam Muhammad, comandante in capo delle forze mujaheddin nella capitale, dopo aver evitato accuratamente i posti di blocco sovietici che separano Kabul dal sobborgo di Khalai Mohib, ha condotto silenziosamente i suoi uomini nelle strade che circondano il bazar. I guerriglieri sono giovani, a volte di età inferiore ai 18 anni, specie quelli che conducono la lotta in modo semiclandestino (perché oltre i 18 anni chi non scompare sulle montagne viene arruolato di forza nell’esercito di Karmal). Portano tutti il kalashnikov e alcuni sono dotati di bazooka per lanciare le micidiali granate Rpg. Ma stanotte sotto i loro larghi mantelli, i patù, hanno una nuova arma, che fa la sua prima comparsa nella guerra contro l’invasione sovietica. E’ una falsa edizione del quotidiano delle forze armate sovietiche “Stella Rossa”. Sulla prima pagina campeggia il disegno di un soldato che spezza il kalashnikov e i titolo annuncia “Basta con la guerra! Tutti a casa!” Il giornale usando la parodia, la satira, l’ironia, il paradosso, si fa interprete dei desideri più profondi del soldato sovietico: la voglia di finire la stagione dei massacri, di tornare a casa, di ridere. I capi delle organizzazioni islamiche lo hanno visto otto giorni prima a Peshawar e Abdul Khak, uno dei comandanti militari più attivi, membro dell’organizzazione Izbi Islami 2, ha scritto una lettera personale a Gulam per ordinargli di diffonderlo a Kabul e in tutta la provincia.
 

Ma fare in modo che i soldati sovietici vedano questa falsa “Stella Rossa” e la leggano non è semplice. La guerra ha scavato tra il popolo afghano e le truppe d’invasione un fossato incolmabile. Il soldato sovietico, considerato dalla popolazione poco meno che un volgare assassino, a causa delle continue spedizioni di saccheggio e distruzione, è costretto a vivere chiuso nelle caserme, nascosto nelle visvere dei tanks, incastrato nei post di comando dei jets che si limitano a dialogare con la popolazione a forza di bombe. Non si può dunque – semplicemente – avvicnare i soldati e consegnargli la falsa edizione di “Stella Rossa”. Bisogna invece lasciarla in luoghi dove possano trovarla, affiggerla lungo lestrade dove passano le colonne dei camions e dei carri, davanti alle postazioni di mitragliatrici, apoche decine di metri dai posti di blocco, dagli uffici militari e governativi. E per farlo è necessario penetrare entro il perimetro che i sovietici considerano “sicuro”, poiché presidiato da una catena di posti di blocco, illuminato dai razzi. Il rischio di una reazione violentissima è alto, i volti dei mujaheddin sono tesi, le mani tengono nervosamente le armi.

Il piano di Gulam Muhammad e del suo intelligente luogotenente Zabet Walid Mekharabiar è tuttavia preciso. Il giorno prima i ciriki, i giovanissimi mujaheddin che operano in semiclandestinità all’interno di Kabul, hanno consegnato una pianta dettagliatissima dei posti di blocco sovietici e karmalisti. E’ un fitto reticolato di postazioni. Le strade principali sono tutte presidiate. Gli angoli decisivi della città illuminati e tenuti sotto tiro.

Il lavoro dei ciriki è stato prezioso. Ora il reparto si muove speditamente sfiorando le postazioni avversarie. Avvolti nei loro mantelli, i mujaheddin sembrano fantasmi silenziosi.Ogni quindici minuti, quando si levano i razzi illuminati, tutti si appiattiscono contro i muri, pronti a replicare a un eventuale attacco. E’ una marcia surreale nella notte per raggiungere il centro della città, dove tuttavia non si dovrà sparare, ma solo lasciare un giornale satirico… e permettere ai giornalisti che seguono l’impresa di scattare delle fotografie. Uno scherzo che potrbbe costare la vita a molti di questi ragazzi.

[continua alla prossima puntata…]

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