Quando non hai corpo ti conosci meglio…

“Quando non hai corpo ti conosci meglio
scorre e dice l’acqua
niente si specchia in te.
Quando non sei corpo
susciti ogni meraviglia
e, meravigliato, sei sbigottito
dalla conquista.
La natura ti annulla, è niente
e tu sei natura”
(Marco Amendolara, inedito).

Addio a Marco Amendolara, dandy e poeta
di Alfonso Amendola
(Dal “Corriere del mezzogiorno” del 17.07.08)

“Sii sempre poeta, anche in prosa”. Questa massima di Baudelaire, in Marco Amendolara che non ancora quarantenne ci ha lasciato nel caldo, assurdo pomeriggio di ieri, resta un punto centrale per comprendere la ricchezza e la voracità della sua opera. Marco era sempre poeta. Logicamente nella sua tensione autoriale quando giovanissimo si firmava, nel segno d’un dandysmo d’antan, con lo pseudonimo di Omar Dalmirò, realizzando lavori poetici d’altissimo livello espressivo come Rimmel (1986) o Misteri di Seymour (1989). Fino alla produzione più matura e densa di L’amore alle porte e soprattutto la sua perfetta antologica La passione prima del gelo (ambedue datati 2007). E poeta, Marco, lo era anche nella sua raffinata scelta saggistica. Un lavoro d’analisi e ricostruzione teorica che principia con un saggio di potente riflessione sullo statuto letterario (La musa meccanica, 1984, che gli valse il plauso di critici come Maria Corti e Luciano Anceschi), continua con la brillantissima lettura su Wilde (Indagine su Oscar Wilde, 1994), per poi spingersi verso temi di crocevia come il rapporto tra arte e letteratura (Doppio magma, 2002 e Parole variopinte, 2004). Senza dimenticare la sua tensione pamphlettistica dove il teorico abbracciava la provocazione e si vestiva di ulteriore poesia allo stato puro (Mani addosso e Vascelli, tatuaggi, selve e saette tutti e due 2002 ne sono la plastica e devota sintesi). E poeta lo era anche nel tradurre i classici latini  (Catulliane del 2002 ecco il contemporaneista che reinventa la tradizione). E poeta, nel senso più alto e complesso, Marco lo era anche quando nella “routine” giornalistica parlava di pittori, scrittori, fumetti (i suoi adorati fumetti), gialli (i suoi amatissimi gialli). Insomma Marco era “il” poeta e lo era nel profondo. Per intensità della parola, per lacerazione delle emozioni, per vocazione verso le forme del bello, per quell’ossessiva (delicatissima, dolcissima, forse per molti assurda) ricerca del vero. Una ricerca del vero che ti consuma ma ti fa sognare, che toglie il sonno e la voce ma che ti fa sentire la potenza dell’universo fin dentro le ossa. Marco conosceva bene l’incantesimo delle parole. E quest’incantesimo lo sapeva insegnare, comunicare e donare agli altri (non dimentichiamo il suo impegno di curatore di collane poetiche, di sensibile organizzatore culturale, di attento ed ironico lettore-consigliere di una marea di poeti alle prime armi che vedevano in lui un lettore brioso ed amicale, seppur severo e lucido nel giudicare). Restano tanti inediti di Marco Amendolara. Sulla mia scrivania c’è il suo manoscritto Il corpo e l’orto. E anche qui la sua voce urla, indica, sussurra, chiede, desidera, inveisce, crea proclami… O forse, semplicemente, sogna un mondo migliore.

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