Spingendo la notte più in là - Copertina del Libro di Mario CalabresiMario Calabresi è un bambino prodigio che all’età di due anni apprende la notizia della morte del padre, il commissario Calabresi, ed inizia a scrivere una specie di diario dove annota le sensazioni di quel tragico evento e il dolore della madre.

Avranno pensato bene i vertici della RAI che tale fenomeno andava tenuto in grande considerazione tanto da intervistarlo al tg delle 13:30 il più seguito a livello nazionale.
Mario Calabresi avvalendosi dell’aiuto dell’attore Luca Zingaretti ha presentato questo suo racconto dove parla del padre scomparso (memoria da elefante) e dove si lascia andare a riflessioni filosofiche sul perdono.

Bravo Mario mi verrebbe da dire, è giusto che in Italia la memoria storica si tenga viva ed in questo trovi in me un fervente sostenitore, ho ascoltato attentamente l’intervista ma…

..oggi è una bella giornata sono andato fuori al balcone, mi sono affacciato, ho alzato gli occhi verso il cielo… sai caro Mario là in quel cielo dove tu dici che tuo padre ti guarda e ti ha accompagnato per tutti questi anni vola ancora libero il povero Giuseppe Pinelli scaraventato da una finestra della questura di Milano ma non te l’hanno detto che l’anarchico Giuseppe Pinelli, accusato ingiustamente, quando ha “spiccato il volo” veniva interrogato da tuo padre e dai suoi uomini, è ovvio che ciò non giustifica quello che hanno fatto a tuo padre ma la storia caro Mario va riletta tenendo presente le diverse verità.
Per concludere mi permetto un consiglio visto che vivi a Milano se ti capita vai a vedere “Morte accidentale di un anarchico” non recita Luca Zingaretti ma Dario Fò, buona visione.

Articoli collegati

  • Nessun articolo collegato

6 commenti to “Spingendo la notte più in là - Un libro di Mario Calabresi”

  1. 1 guest

    Magari sarebbe il caso leggessi il libro che citi, prima di scrivere una recensione anche critica.

  2. 2 janez

    magari sarebbe il caso che ascoltassi l’intervista di mario calabresi e leggessi attentamente la storia di giuseppe pinelli e le circostanze “misteriose” della sua morte.comunque non èuna critica al libro ma una critica alla realtà storica degli avenimenti visti da un solo punto di vista non tenendo presente vari fattori.

  3. 3 davnaz

    sono stato testimone di quegli anni e ricordo bene il fatto tragico. quello che mi colpisce del libro è la serenità di giudizio, la mancanza assoluta do astio, rancore, accompagnata da una grande e condivisibile amarezza di coloro che più soffrono. ma d’altra parte che cosa possiamo pretendere da un paese che ancora dopo 60 anni non ha il coraggio di riconoscere gli efferabili delitti della guerra di liberazione, dove i “parigiani” senza nessun distinguo sono ancora celebrati come “eroi” in dispregio di tutte le loro vittime, e che solo dopo 60 anni e per voce di insospettbili come Pansa suscitano qualche perplessità. abbiamo migliorato: è maturato un dubbio con il 50% di anticipo rispettoa al passato: 40 anni invece di 60. bel risultato, possiamo esserne fieri!

  4. 4 Cosimo

    Ho avuto occasione di vedere il programma “BALLARO’ ” e sono rimasto molto colpito dalla lettura dei protagonisti, in particolarmente da quel signore piuttosto (mi scusi ) calvo, complimenti sinceri, MOLTO MOLTO BRAVO VERAMENTE.
    ora vorrei sapere dove potrei comprare il libro nella zona di Genova. Grazie.
    P.S. E’ gradita una risposta.

  5. 5 Pereira

    Uno scheletro nell’armadio dello Stato:
    la morte di Pinelli
    di Giancarlo Paciello
    Introduzione
    Sono certo che molti lettori di questa rivista erano presenti il 13 dicembre
    2003, a Roma, per affermare con forza, contro ogni opportunismo, il diritto del
    popolo iracheno a resistere e il dovere antimperialista di solidarizzare con esso. Il
    tempo, galantuomo, si è affrettato a confermare la giustezza di quella scelta, anche
    se naturalmente anche altri agitano soltanto ora, e sempre ambiguamente, la
    necessità di sostenere la resistenza irachena.
    Ma penso che questo tema sia affrontato e sviscerato con la dovuta profondità
    in altre parti del giornale e non è mia intenzione invadere inutilmente il campo di
    tali argomentazioni. Ho fatto riferimento al 13 dicembre per un motivo molto
    preciso. C’ero anch’io e, in un breve intervento, di fronte ad un uditorio piuttosto
    stanco per aver partecipato ad un dibattito di diverse ore, ritenni opportuno
    ricordare un 13 dicembre di 34 anni prima, il giorno successivo alla strage di
    piazza Fontana.
    Parlai in quella occasione, dell’opportunismo del PCI che, mandando alla
    malora la sua anima democratica, puntò soltanto a smarcarsi dalla sinistra
    extraparlamentare, sostenendo la sua totale estraneità da essa (arrivando al ridicolo
    di presentare la fotografia di Valpreda con un braccio tagliato per evitare che si
    vedesse il suo saluto con il pugno chiuso!), senza capire (o facendo finta di non
    aver capito) nulla dell’attacco sferrato contro le lotte proletarie e contro la
    democrazia. Trovavo infatti una certa assonanza tra quel comportamento e quello
    dei giornali “comunisti” di oggi.
    Parlai anche, ad un uditorio che per il 90%, nel 1969, non era ancora nato o lo
    era soltanto da poco, e parlai di Pinelli. Un uomo nel quale mi sono empaticamente
    identificato, come mi succede nei confronti di tutti coloro che, coerentemente,
    hanno combattuto e combattono per un ideale di libertà e di eguaglianza.
    La vicenda di Pinelli è emblematica. Convocato in questura, vi si reca con il
    suo Benelli, la sera del 12 dicembre 1969. Ne esce, da morto, precipitato da un
    quarto piano, la mattina del 16. Nessuno dei fedeli servitori dello Stato che hanno
    avuto rapporti con lui in quei tre giorni, ci ha saputo dare, con il passare degli anni,
    una spiegazione circa la sua morte e a nessuno degli stessi fedeli servitori è stata
    chiesta la spiegazione medesima. A nessuna delle Autorità è mai venuto in mente
    di ricordare la figura del ferroviere anarchico milanese, morto in questura senza
    essere responsabile di nulla.
    Eppure, l’Istituzione dello Stato che ti convoca, oltre al diritto di chiederti
    quello che ritiene opportuno per proteggere la comunità, (in presenza del tuo
    avvocato!) ha anche il dovere - mi pare - di proteggere il convocato. Certo, in
    tempi in cui si vuole legalizzare la tortura, e con le notizie orripilanti che vengono
    dall’Iraq, queste considerazioni possono sembrare molto strambe, ma non tanto, se
    si pensa che, in clima di globalizzazione, tutto si importa e si esporta com’è il caso
    della democrazia!
    Ma come mai, a maggio (2004), ti viene in mente di parlare proprio di Pinelli,
    uno tra i tantissimi (milioni e milioni) con i quali dici di identificarti
    empaticamente? La domanda è giustissima anche se, in questo caso, me la sono
    fatta da solo.
    Ebbene è stata talmente forte la provocazione di due articoli usciti su la
    Repubblica il 13 e il 14 maggio (e non ho letto quelli degli altri giornali…) che non
    ho potuto, né voluto resistere all’impulso di denunciarne la falsità, oltre che una
    debordante ipocrisia. Gli articoli sono: Il commissario senza pistola di Giampaolo
    Pansa (quello del 13) e La medaglia al commissario di Giuseppe d’Avanzo (quello
    del 14). Analizzando questi due articoli, innanzitutto cercherò di calmarmi, con
    una sorta di procedimento omeopatico, ma soprattutto tenterò di restituire storia e
    memoria ad un martire proletario: Giuseppe Pinelli.
    Si dirà che ormai questo è un linguaggio desueto, ma io credo non si debba mai
    lasciare spazio a semplificazioni che spingono verso la falsificazione dei fatti.
    Proletario Pinelli lo era, anche sociologicamente parlando, quanto al suo martirio è
    assolutamente indiscutibile che ci sia stato, vista la sua totale estraneità alle bombe
    di piazza Fontana. Che sia dipeso dalla sua ideologia che non circola abitualmente
    per via Montenapoleone, non ci sono dubbi!
    La memoria di Pansa
    Cominciamo con l’articolo di Pansa. Il giornalista sa come catturare l’attenzione
    del lettore e dichiara di ricordare benissimo dove si trovava la mattina del 17
    maggio 1972, quando fu ucciso il commissario Calabresi, e le modalità con cui
    venne a conoscenza del fatto. Un bell’inizio, che gli permette di tornare indietro di
    32 anni, per poi procedere ad un ulteriore flash-back di cinque o sei settimane che
    lo porta alla questura di via Fatebenefratelli, nella stanza del capo della sezione
    politica Antonino Allegra, dove, in cerca di notizie, s’imbatte in Calabresi.
    Passaggio brusco, eccolo descrivere il commissario:
    “Aveva 34 anni, era un giovane slanciato, asciutto, il solito pullover a collo
    alto sotto la giacca, il volto segnato dallo stress, lo sguardo scheggiato dal
    risentimento e dall’amarezza”.
    E siamo al dialogo assai diverso dagli altri incontri:
    “Da due anni sto sotto questa tempesta. E lei non può immaginare che cosa ho
    passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non
    so come potrei resistere. Non posso più fare un passo. E’ bastato che mi vedessero
    uscire dall’obitorio dove era stato portato Feltrinelli, per sostenere che avevo già
    cominciato a trafficare attorno al cadavere dell’editore, con i candelotti di
    dinamite […] Che Paese è mai diventato questo? A volte ti vien voglia di…”.
    Al dialogo è presente anche il dottor Allegra che riprendendo alcune
    considerazioni su “piccoli nuclei di terroristi rossi”, si lascia andare ad uno
    “Speriamo che non comincino a sparare sui poliziotti”.
    E così, l’abile ricostruzione del ricordo permette all’autore di chiedere a
    Calabresi se ha paura, per riceverne la risposta canonica:
    “Paura no, perché ho la coscienza tranquilla. […]. No, non ho paura. Ogni
    mattina esco di casa tranquillo. Vado al lavoro sulla mia 500, senza pistola e
    senza protezioni. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia…”.
    Pansa può così ritornare al 17 maggio del 1972 quando preparò il servizio per
    La Stampa sull’avvenimento. Un abile passaggio che favorisce la ricostruzione
    della vita di Calabresi fino alla nomina a commissario aggiunto nel 1968. E siamo
    al momento clou: “Poi spuntò il giorno che avrebbe cambiato l’Italia. E che
    sarebbe stato anche l’inizio della condanna a morte di Calabresi”. Così Pansa
    definisce il 12 dicembre 1969. Ed entra finalmente in argomento.
    Il 12 dicembre 1969, la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, la strage
    di piazza Fontana. (E’ opportuno ricordare che 16 furono le vittime immediate e 88
    i feriti dei quali alcuni segnati per sempre). Il nostro è molto laconico sulle
    conseguenze, tutto teso a disegnare la figura del commissario che, nel bar dinanzi
    alla questura “ci trasferì una sua impressione: che l’attentato doveva essere cosa di
    anarchici”.
    L’articolo continua con riferimenti al commissario che cercava di capire l’area
    della sinistra extraparlamentare che gli avevano affidata, piena di elogi per
    quest’uomo “senza alterigia né ostilità ottuse” nel ricordo dell’autore. E il ricordo
    va oltre, dal momento che si precisa che Calabresi conosceva bene soprattutto un
    anarchico sui quarant’anni, Pino Pinelli, ferroviere, capo-smistamento allo scalo
    Garibaldi. Lo aveva visto, con Allegra, in tanti cortei e anche in questura e aveva
    stabilito con lui buoni rapporti tanto da scambiarsi un regalo a Natale del 1968,
    (cose che si fanno soltanto tra amici soprattutto se lo scambio è costituito da un
    libro, a mio parere!)
    Calabresi dunque ha un’impressione circa gli autori dell’attentato e convoca
    Pinelli in questura la sera del 12 dicembre. Questi, inforcato il suo Benelli, vi si
    reca seguito dalla 850 Fiat della polizia. Vale la pena citare la prosa di Pansa:
    “Un tragitto lento, attraverso una Milano attonita, nebbia, smog, fari di auto,
    semafori rossi, adagio adagio, verso la sua fine. Pinelli morì tre notti dopo,
    precipitando dalla finestra dell’ufficio di Calabresi, dentro un’aiuola stenta,
    coperta di neve sporca. Una morte, oscura, ancora oggi mai chiarita. Seguita da
    un’incauta conferenza stampa del questore Marcello Guida, dove Pinelli venne
    definito suicida e complice della strage. A fianco del questore con altri funzionari,
    Calabresi pronunciò appena una frase: ‘Lo credevamo incapace di violenza,
    invece… E’ risultato legato a persone sospette’”.
    In queste poche righe Pansa consuma tutto il suo contorto bisogno di
    falsificazione degli eventi relativi a Pinelli, e non solo. Si dirà: un articolo non è un
    saggio di storia, il soggetto è Calabresi non Pinelli, e poi ci sono stati dei processi,
    insomma quanto era necessario per poter andare avanti con l’articolo è stato detto.
    Ma io non sono d’accordo e vi dico subito perché.
    La storia di Pinelli e quella di Calabresi non si possono scrivere separatamente,
    almeno per quanto riguarda quei tremendi giorni che vanno dal 12 al 16 dicembre,
    che si concludono con la morte di Pinelli. E veniamo alla frase che Pansa
    attribuisce a Calabresi: “Lo credevamo incapace di violenza, invece… E’ risultato
    legato a persone sospette”.
    Un vero gioiello! E’ l’amico che parla, quello che un anno prima, a Natale ha
    regalato un libro a Pinelli, subito contraccambiato. Fino a prova contraria, Pinelli è
    considerato da tutti, compagni ed inquirenti, incapace di violenza. Varrebbe la
    pena di continuare a crederlo, dal momento che è soltanto risultato legato a persone
    non colpevoli ma soltanto sospette! Invece, dal momento che Pinelli è morto, e che
    l’imperativo è: sono stati gli anarchici, occorre criminalizzarlo, altrimenti che
    figura ci fanno le istituzioni e che figura ci fa lo stesso Calabresi, dal momento che
    Pinelli è “caduto” dalla finestra del suo ufficio? Anche Calabresi dunque mentiva
    spudoratamente.
    Io sostengo una tesi inoppugnabile: Pinelli è morto in questura e dunque la
    responsabilità è in primo luogo del questore (che ha mentito) e via via di tutti
    coloro che lo hanno interrogato. Perché mai Pinelli innocente, avrebbe dovuto
    suicidarsi? Ma soprattutto sostengo che Pansa tutte queste cose le sa e non può
    scrivere un articolo su piazza Fontana dedicando quattro righe a Pinelli, vittima
    innocente e tutto il resto dell’articolo a Calabresi corresponsabile oggettivamente
    della fine di Pinelli.
    Certo l’argomento è legato alla medaglia d’oro alla memoria per Calabresi, ma
    est modus in rebus! Il ruolo dei servizi segreti, l’affaire Valpreda, l’infiltrato
    Merlino e via complottando, sono verità storicamente consolidate e non possono
    essere omesse, in un articolo sulla strage di piazza Fontana!
    Quello che Pansa scrive continuando l’articolo è estraneo totalmente al mio
    modo di sentire. Il testo sapete dove trovarlo. Farò un’unica e composita citazione:
    “Quel che accadde dopo, lo ricordo come un incubo…Un linciaggio
    feroce…Una follia che contagiò migliaia di persone…Un’infamia consapevole,
    capace di generare il mostro del terrorismo di sinistra. Senza una prova,
    Calabresi fu accusato di essere l’assassino di Pinelli…Odio allo stato puro, quello
    di cui ci lamentiamo oggi è uno scherzo da asilo infantile…Ma il commissario
    pensa ai sottufficiali che erano con lui la notte della morte di Pinelli…Mi dirà: ‘la
    loro vita, i sacrifici delle loro mogli, può immaginarseli… Io, ringraziando Dio, ho
    trovato in me stesso, nei miei princìpi, nell’educazione che ho ricevuto, la forza di
    superare questa prova’”.
    E dell’amico Pinelli non le ha mai detto nulla, signor Pansa, e dello strazio
    della di lui moglie?
    La prosa accattivante del Pansa parla di Pinelli che va verso la sua fine, di una
    morte oscura, seguita da un’incauta conferenza stampa del questore dove Pinelli
    venne definito suicida e durante la quale Calabresi dice una frase che significa tutto
    e nulla. Sono questi i punti che intendo analizzare.
    Cominciamo dalla morte oscura. Nessuno oggi sostiene più la tesi del suicidio.
    Penso che Pansa lo sappia, dal momento che la morte di Pinelli è stata definita, 32
    anni fa, accidentale. Perché Pansa vi fa ancora ricorso?
    Passiamo all’incauta conferenza-stampa. In quella conferenza-stampa, dove
    c’era anche Allegra, Guida dichiarò apertis verbis che Pinelli, messo alle strette, si
    era buttato dalla finestra gridando: è la fine dell’anarchia! Una totale falsità!
    Perché definire allora priva di avvedutezza una conferenza-stampa che conteneva
    una clamorosa bugia? Sarebbe stato forse meglio se Guida non avesse usato una
    forma retorica così rumorosa? Ma meglio per chi? E Pansa a cosa pensava quando
    ha scelto quell’aggettivo? Io credo ancora che, ipocritamente, stava assumendo non
    il punto di vista di chi sta rievocando un fatto, ma piuttosto quello di difensore
    d’ufficio delle istituzioni, anche in un caso in cui sono state ampiamente
    sbugiardate!
    … e quella di d’Avanzo
    Il giornalista de la Repubblica sceglie un taglio narrativo del tutto diverso.
    Parte dall’oggi, quando Gemma Calabresi “si appunta quel piccolo disco d’oro alla
    giacca con un largo sorriso”. E si serve dei ricordi di lei per tornare indietro di 32
    anni. “Andai all’obitorio. Tutto intorno la folla ci insultava, sputava…”. Per poi
    dire “… che un ragazzo di 34 anni, commissario di polizia, aveva affrontato in
    solitudine e con il coraggio di chi ha le mani pulite, un dovere da assolvere, una
    menzogna da affrontare”.
    Dunque d’Avanzo colloca Calabresi tra la verità e la ragion di Stato. E, pur non
    attribuendo alcuna responsabilità precisa ad altri (”Pinelli volò giù di sotto nel
    cortile”), sostiene che il commissario non era nella sua stanza durante l’ultimo
    interrogatorio di Pinelli, presentando perciò questa presenza come “la menzogna
    che per due decenni si è trasformata in una convinzione diffusa”. Per d’Avanzo,
    sembra di capire, se ci sono responsabilità per la morte di Pinelli non possono
    essere attribuite perciò a Calabresi. Ora, a parte che l’assenza dalla stanza è stata
    certificata frettolosamente da quei servizi segreti che sappiamo essere coinvolti
    ampiamente almeno nella campagna di depistaggio, è ragionevole pensare che
    Calabresi sia stato messo al corrente di quanto era avvenuto nella stanza durante la
    sua assenza, (dove c’erano sicuramente il tenente dei carabinieri Savino Lo Grano,
    e i brigadieri di polizia Vito Panessa, Pietro Muccilli, Carlo Mainardi e Giuseppe
    Caracuta) e che perciò fosse stato, diciamo così, messo al corrente sulle cause della
    tragedia.
    Invece d’Avanzo fonda tutto sulla manipolazione assenza-presenza perché
    Calabresi passi da dottor Jekill a Mister Hyde nell’immaginario di una generazione
    che aveva intuito “che una parte consistente dell’apparato statale declinasse
    consapevolmente verso l’illegalità”. Quest’ultima citazione è tra virgolette nel testo
    ma è anonima.
    Ma se d’Avanzo, e non abbiamo ragione di dubitarlo, la condivide, perché
    insistere soltanto sulla storia personale di Calabresi? Perché fidarsi ciecamente
    delle sole parole della moglie?
    Procediamo con ordine. L’autore dell’articolo attribuisce a Calabresi gli stessi
    dubbi della sua generazione, che non era perciò convinto delle apparenze. Ci
    sarebbe la possibilità di approfondire. Ed invece che fa? Cita Gemma Calabresi:
    “Gigi si convinse che la matrice degli attentati non fosse da ricercarsi
    esclusivamente nella sinistra eversiva. Egli prese a dubitare sempre più fortemente
    finché un giorno, non molto tempo prima di essere assassinato, mi disse: ‘Gemma,
    ricordalo: menti di destra, manovalanza di sinistra’. Aveva capito che chi tirava i
    fili era gente molto più su, gente seduta dietro la scrivania: gli strateghi della
    tensione, appunto”.
    Le cose, caro d’Avanzo, non sono andate proprio così. L’auspicata convergenza
    degli estremismi non ha svolto alcun ruolo nella strage di piazza Fontana, per il
    semplice motivo che non c’è stata. Era una sola la matrice, di marca fascista in
    stretta collusione con i servizi. Perché allora riprendere vecchie storie da un testo
    autobiografico?
    L’autore va avanti poi con la sua tesi della solitudine. Calabresi è icona della
    violenza dello Stato e “capro espiatorio di uno Stato che, per allontanare da se
    stesso l’accusa di stragismo e di tradimento, scarica su un suo limpido servitore
    ogni responsabilità per la morte di Pino Pinelli. Luigi Calabresi fu costretto a
    difendersi da solo. Era come rassegnato. Gli spararono alle spalle”.
    Una tesi debole, se si pensa al tempo trascorso tra le bombe di piazza Fontana e
    l’uccisione di Calabresi, con la possibilità per lui per contrastare quella parte
    consistente dello Stato declinato verso l’illegalità. E del vero capro espiatorio,
    Pinelli, nemmeno una parola. Ma io non intendo giudicare Calabresi, non è mio
    compito né mio desiderio.
    Il resto dell’articolo è dedicato per intero alla moglie del commissario. Un
    cittadino colpito nei suoi affetti familiari subisce una menomazione, una privazione
    che non può in alcun modo essere compensata o attenuata. Ma il mio diritto alla
    verità resta sempre identico al suo!
    Conclusioni
    Quest’articolo è stato soprattutto un’occasione per ricordare in modo non
    canonico Giuseppe Pinelli. Ma anche per esprimere la mia crescente difficoltà
    logica nell’accettare l’illogico quanto oppressivo pensiero dominante. Ma perché, di
    fronte alla morte di un onesto cittadino, in questura, tutto finisce nel dimenticatoio
    e invece i responsabili della sua morte vengono promossi elogiati commemorati?
    Mi si dirà che detti responsabili non sono mai stati riconosciuti come tali, che
    promozioni elogi commemorazioni sono legate ad un tempo successivo al ferale
    evento.
    Ma, in ogni onesto cittadino, l’ansia di verità può placarsi per questo? Sia ben
    chiaro, non parlo di chi è stato colpito nei suoi affetti, la moglie di Pinelli e tutti i
    suoi parenti ed amici, ma di me e di milioni come me che, dalla morte di Pinelli in
    poi, hanno visto segnato il loro futuro, di violenza e di attacco alle libertà di vita e
    di lavoro.
    Ma perché professionisti noti preferiscono dimenticare la storia o, peggio,
    propinarcene un’altra, pur sapendo di poter essere smentiti da alcuni loro coetanei,
    facilmente sul piano storico e logico, ma molto più difficilmente sul piano pratico,
    dal momento che non hanno accesso ai mezzi di comunicazione di massa? E si
    tratta poi degli stessi protagonisti, Pansa in particolare, che si presentano come
    paladini della verità a tutto campo, non di quella ingessata dei vincitori!
    Prendiamo il nostro caso. Un anno dopo la morte di Pinelli, uscì un libretto La
    strage di Stato - Controinchiesta, che puntualmente evidenziava le contraddizioni
    dello Stato, mentre nasceva la strategia della tensione. Puntuale, pignolo, questo
    testo, mai abbastanza lodato, ricostruiva, con dati inoppugnabili, la rete delle
    complicità fasciste con i servizi segreti, la necessità di coinvolgere
    immediatamente gli anarchici, l’infiltrazione del fascista Merlino nel circolo 22
    marzo, e il suo ruolo di spia, come espressione di una nuova tattica mentre il
    fascismo squadrista entrava in crisi, e, nel suo quarto capitolo, come e perché fosse
    morto Pinelli.
    Ebbene, delle risultanze di questa controinchiesta, mai smentita, i nostri autori,
    per come raccontano i fatti, sembrano non esserne nemmeno venuti a conoscenza!
    Altrimenti saprebbero che la polizia ha fornito in un mese, oltre alla tesi del
    suicidio, tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio.
    “La prima: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di
    fermarlo senza riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra,
    abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne
    abbiamo frenato lo slancio: come dire ecco perché è scivolato lungo il muro. Ma
    questa versione è stata resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto
    rilevare la stranezza della caduta. Infine l’ultima, la più incredibile, fornita ‘in
    esclusiva’ il 17 gennaio al Corriere della Sera: quando Pinelli ha spalancato la
    finestra, abbiamo tentato di fermarlo e uno dei sottufficiali presenti, il brigadiere
    Vito Panessa, con un balzo ‘cercò di afferrarlo e salvarlo: in mano gli rimase
    soltanto una scarpa del suicida’. I giornalisti che sono accorsi nel cortile subito
    dopo l’allarme lanciato da Aldo Palumbo [cronista de l’Unità di Milano, NdA],
    ricordano benissimo che l’anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi”.
    E saprebbero anche che la polizia ha fornito due versioni contrastanti del
    movente del suicidio:
    “Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi è crollato e sentendosi
    ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando ‘è la fine dell’anarchia’.
    Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l’alibi era risultato
    assolutamente valido: Pinelli innocente, bravo ragazzo, nessuno di noi riesce a
    spiegarsi il suo gesto”.
    Quando a maggio del 1970, il magistrato Giuseppe Caizzi cui era stata affidata
    l’inchiesta sulla morte di Pinelli, la concluderà con un sibillino verdetto di ‘morte
    accidentale’ (non suicidio quindi!), risulterà chiaro a tutti che la polizia aveva
    mentito e che un onesto cittadino aveva inspiegabilmente perduto la vita in uno dei
    posti più sicuri di Milano. Le ricordano queste cose i nostri, e in particolare Pansa
    che aveva le mani in pasta, come ci ha ricordato con dovizia di particolari?
    Io spero soltanto che non pensino alla ragion di Stato, rifugio spesso ignobile,
    come ragione alla quale fecero ricorso, per anni, i fedeli servitori dello Stato
    corresponsabili della tragica morte di Pinelli. Quanto a loro, devono pur mangiare
    e dunque se gli ordinano “un pezzo”, è bene che sia in sintonia con l’idem sentire
    del potere.

  6. 6 luca

    che schifo.
    Caro Mario nulla portrà essere visto con occhi “sinceri” mi vergogno di essere italiano. Ammiro tutta la vostra famiglia e vi chiedo scusa a nome di tutti gli italiani onesti.

Scrivi un commento





Salerno

Subscribe

Subscribe to my RSS Feeds


BlogItalia.it - La directory italiana dei blog



Tophost Hosting


Chiudi
Invia e-mail