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	<title>Commenti a: Spingendo la notte più in là - Un libro di Mario Calabresi</title>
	<link>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/</link>
	<description>notizie, foto, eventi, manifestazioni, musica, cinema, teatro, politica</description>
	<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 12:07:44 +0000</pubDate>
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		<title>Di: luca</title>
		<link>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-10960</link>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Aug 2008 20:46:30 +0000</pubDate>
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		<description>che schifo.
Caro Mario nulla portrà essere visto con occhi "sinceri" mi vergogno di essere italiano. Ammiro tutta la vostra famiglia e vi chiedo scusa a nome di tutti gli italiani onesti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>che schifo.<br />
Caro Mario nulla portrà essere visto con occhi &#8220;sinceri&#8221; mi vergogno di essere italiano. Ammiro tutta la vostra famiglia e vi chiedo scusa a nome di tutti gli italiani onesti.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Pereira</title>
		<link>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-5277</link>
		<dc:creator>Pereira</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2008 16:43:58 +0000</pubDate>
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		<description>Uno scheletro nell'armadio dello Stato:
la morte di Pinelli
di Giancarlo Paciello
Introduzione
Sono certo che molti lettori di questa rivista erano presenti il 13 dicembre
2003, a Roma, per affermare con forza, contro ogni opportunismo, il diritto del
popolo iracheno a resistere e il dovere antimperialista di solidarizzare con esso. Il
tempo, galantuomo, si è affrettato a confermare la giustezza di quella scelta, anche
se naturalmente anche altri agitano soltanto ora, e sempre ambiguamente, la
necessità di sostenere la resistenza irachena.
Ma penso che questo tema sia affrontato e sviscerato con la dovuta profondità
in altre parti del giornale e non è mia intenzione invadere inutilmente il campo di
tali argomentazioni. Ho fatto riferimento al 13 dicembre per un motivo molto
preciso. C'ero anch'io e, in un breve intervento, di fronte ad un uditorio piuttosto
stanco per aver partecipato ad un dibattito di diverse ore, ritenni opportuno
ricordare un 13 dicembre di 34 anni prima, il giorno successivo alla strage di
piazza Fontana.
Parlai in quella occasione, dell'opportunismo del PCI che, mandando alla
malora la sua anima democratica, puntò soltanto a smarcarsi dalla sinistra
extraparlamentare, sostenendo la sua totale estraneità da essa (arrivando al ridicolo
di presentare la fotografia di Valpreda con un braccio tagliato per evitare che si
vedesse il suo saluto con il pugno chiuso!), senza capire (o facendo finta di non
aver capito) nulla dell'attacco sferrato contro le lotte proletarie e contro la
democrazia. Trovavo infatti una certa assonanza tra quel comportamento e quello
dei giornali "comunisti" di oggi.
Parlai anche, ad un uditorio che per il 90%, nel 1969, non era ancora nato o lo
era soltanto da poco, e parlai di Pinelli. Un uomo nel quale mi sono empaticamente
identificato, come mi succede nei confronti di tutti coloro che, coerentemente,
hanno combattuto e combattono per un ideale di libertà e di eguaglianza.
La vicenda di Pinelli è emblematica. Convocato in questura, vi si reca con il
suo Benelli, la sera del 12 dicembre 1969. Ne esce, da morto, precipitato da un
quarto piano, la mattina del 16. Nessuno dei fedeli servitori dello Stato che hanno
avuto rapporti con lui in quei tre giorni, ci ha saputo dare, con il passare degli anni,
una spiegazione circa la sua morte e a nessuno degli stessi fedeli servitori è stata
chiesta la spiegazione medesima. A nessuna delle Autorità è mai venuto in mente
di ricordare la figura del ferroviere anarchico milanese, morto in questura senza
essere responsabile di nulla.
Eppure, l'Istituzione dello Stato che ti convoca, oltre al diritto di chiederti
quello che ritiene opportuno per proteggere la comunità, (in presenza del tuo
avvocato!) ha anche il dovere - mi pare - di proteggere il convocato. Certo, in
tempi in cui si vuole legalizzare la tortura, e con le notizie orripilanti che vengono
dall'Iraq, queste considerazioni possono sembrare molto strambe, ma non tanto, se
si pensa che, in clima di globalizzazione, tutto si importa e si esporta com'è il caso
della democrazia!
Ma come mai, a maggio (2004), ti viene in mente di parlare proprio di Pinelli,
uno tra i tantissimi (milioni e milioni) con i quali dici di identificarti
empaticamente? La domanda è giustissima anche se, in questo caso, me la sono
fatta da solo.
Ebbene è stata talmente forte la provocazione di due articoli usciti su la
Repubblica il 13 e il 14 maggio (e non ho letto quelli degli altri giornali…) che non
ho potuto, né voluto resistere all'impulso di denunciarne la falsità, oltre che una
debordante ipocrisia. Gli articoli sono: Il commissario senza pistola di Giampaolo
Pansa (quello del 13) e La medaglia al commissario di Giuseppe d'Avanzo (quello
del 14). Analizzando questi due articoli, innanzitutto cercherò di calmarmi, con
una sorta di procedimento omeopatico, ma soprattutto tenterò di restituire storia e
memoria ad un martire proletario: Giuseppe Pinelli.
Si dirà che ormai questo è un linguaggio desueto, ma io credo non si debba mai
lasciare spazio a semplificazioni che spingono verso la falsificazione dei fatti.
Proletario Pinelli lo era, anche sociologicamente parlando, quanto al suo martirio è
assolutamente indiscutibile che ci sia stato, vista la sua totale estraneità alle bombe
di piazza Fontana. Che sia dipeso dalla sua ideologia che non circola abitualmente
per via Montenapoleone, non ci sono dubbi!
La memoria di Pansa
Cominciamo con l'articolo di Pansa. Il giornalista sa come catturare l'attenzione
del lettore e dichiara di ricordare benissimo dove si trovava la mattina del 17
maggio 1972, quando fu ucciso il commissario Calabresi, e le modalità con cui
venne a conoscenza del fatto. Un bell'inizio, che gli permette di tornare indietro di
32 anni, per poi procedere ad un ulteriore flash-back di cinque o sei settimane che
lo porta alla questura di via Fatebenefratelli, nella stanza del capo della sezione
politica Antonino Allegra, dove, in cerca di notizie, s'imbatte in Calabresi.
Passaggio brusco, eccolo descrivere il commissario:
"Aveva 34 anni, era un giovane slanciato, asciutto, il solito pullover a collo
alto sotto la giacca, il volto segnato dallo stress, lo sguardo scheggiato dal
risentimento e dall'amarezza".
E siamo al dialogo assai diverso dagli altri incontri:
"Da due anni sto sotto questa tempesta. E lei non può immaginare che cosa ho
passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non
so come potrei resistere. Non posso più fare un passo. E' bastato che mi vedessero
uscire dall'obitorio dove era stato portato Feltrinelli, per sostenere che avevo già
cominciato a trafficare attorno al cadavere dell'editore, con i candelotti di
dinamite […] Che Paese è mai diventato questo? A volte ti vien voglia di…".
Al dialogo è presente anche il dottor Allegra che riprendendo alcune
considerazioni su "piccoli nuclei di terroristi rossi", si lascia andare ad uno
"Speriamo che non comincino a sparare sui poliziotti".
E così, l'abile ricostruzione del ricordo permette all'autore di chiedere a
Calabresi se ha paura, per riceverne la risposta canonica:
"Paura no, perché ho la coscienza tranquilla. […]. No, non ho paura. Ogni
mattina esco di casa tranquillo. Vado al lavoro sulla mia 500, senza pistola e
senza protezioni. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia…".
Pansa può così ritornare al 17 maggio del 1972 quando preparò il servizio per
La Stampa sull'avvenimento. Un abile passaggio che favorisce la ricostruzione
della vita di Calabresi fino alla nomina a commissario aggiunto nel 1968. E siamo
al momento clou: "Poi spuntò il giorno che avrebbe cambiato l'Italia. E che
sarebbe stato anche l'inizio della condanna a morte di Calabresi". Così Pansa
definisce il 12 dicembre 1969. Ed entra finalmente in argomento.
Il 12 dicembre 1969, la bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, la strage
di piazza Fontana. (E’ opportuno ricordare che 16 furono le vittime immediate e 88
i feriti dei quali alcuni segnati per sempre). Il nostro è molto laconico sulle
conseguenze, tutto teso a disegnare la figura del commissario che, nel bar dinanzi
alla questura "ci trasferì una sua impressione: che l'attentato doveva essere cosa di
anarchici".
L'articolo continua con riferimenti al commissario che cercava di capire l'area
della sinistra extraparlamentare che gli avevano affidata, piena di elogi per
quest'uomo "senza alterigia né ostilità ottuse" nel ricordo dell'autore. E il ricordo
va oltre, dal momento che si precisa che Calabresi conosceva bene soprattutto un
anarchico sui quarant'anni, Pino Pinelli, ferroviere, capo-smistamento allo scalo
Garibaldi. Lo aveva visto, con Allegra, in tanti cortei e anche in questura e aveva
stabilito con lui buoni rapporti tanto da scambiarsi un regalo a Natale del 1968,
(cose che si fanno soltanto tra amici soprattutto se lo scambio è costituito da un
libro, a mio parere!)
Calabresi dunque ha un'impressione circa gli autori dell'attentato e convoca
Pinelli in questura la sera del 12 dicembre. Questi, inforcato il suo Benelli, vi si
reca seguito dalla 850 Fiat della polizia. Vale la pena citare la prosa di Pansa:
"Un tragitto lento, attraverso una Milano attonita, nebbia, smog, fari di auto,
semafori rossi, adagio adagio, verso la sua fine. Pinelli morì tre notti dopo,
precipitando dalla finestra dell'ufficio di Calabresi, dentro un'aiuola stenta,
coperta di neve sporca. Una morte, oscura, ancora oggi mai chiarita. Seguita da
un'incauta conferenza stampa del questore Marcello Guida, dove Pinelli venne
definito suicida e complice della strage. A fianco del questore con altri funzionari,
Calabresi pronunciò appena una frase: 'Lo credevamo incapace di violenza,
invece… E' risultato legato a persone sospette'".
In queste poche righe Pansa consuma tutto il suo contorto bisogno di
falsificazione degli eventi relativi a Pinelli, e non solo. Si dirà: un articolo non è un
saggio di storia, il soggetto è Calabresi non Pinelli, e poi ci sono stati dei processi,
insomma quanto era necessario per poter andare avanti con l'articolo è stato detto.
Ma io non sono d'accordo e vi dico subito perché.
La storia di Pinelli e quella di Calabresi non si possono scrivere separatamente,
almeno per quanto riguarda quei tremendi giorni che vanno dal 12 al 16 dicembre,
che si concludono con la morte di Pinelli. E veniamo alla frase che Pansa
attribuisce a Calabresi: "Lo credevamo incapace di violenza, invece… E' risultato
legato a persone sospette".
Un vero gioiello! E' l'amico che parla, quello che un anno prima, a Natale ha
regalato un libro a Pinelli, subito contraccambiato. Fino a prova contraria, Pinelli è
considerato da tutti, compagni ed inquirenti, incapace di violenza. Varrebbe la
pena di continuare a crederlo, dal momento che è soltanto risultato legato a persone
non colpevoli ma soltanto sospette! Invece, dal momento che Pinelli è morto, e che
l'imperativo è: sono stati gli anarchici, occorre criminalizzarlo, altrimenti che
figura ci fanno le istituzioni e che figura ci fa lo stesso Calabresi, dal momento che
Pinelli è "caduto" dalla finestra del suo ufficio? Anche Calabresi dunque mentiva
spudoratamente.
Io sostengo una tesi inoppugnabile: Pinelli è morto in questura e dunque la
responsabilità è in primo luogo del questore (che ha mentito) e via via di tutti
coloro che lo hanno interrogato. Perché mai Pinelli innocente, avrebbe dovuto
suicidarsi? Ma soprattutto sostengo che Pansa tutte queste cose le sa e non può
scrivere un articolo su piazza Fontana dedicando quattro righe a Pinelli, vittima
innocente e tutto il resto dell'articolo a Calabresi corresponsabile oggettivamente
della fine di Pinelli.
Certo l'argomento è legato alla medaglia d'oro alla memoria per Calabresi, ma
est modus in rebus! Il ruolo dei servizi segreti, l'affaire Valpreda, l'infiltrato
Merlino e via complottando, sono verità storicamente consolidate e non possono
essere omesse, in un articolo sulla strage di piazza Fontana!
Quello che Pansa scrive continuando l'articolo è estraneo totalmente al mio
modo di sentire. Il testo sapete dove trovarlo. Farò un'unica e composita citazione:
"Quel che accadde dopo, lo ricordo come un incubo…Un linciaggio
feroce…Una follia che contagiò migliaia di persone…Un'infamia consapevole,
capace di generare il mostro del terrorismo di sinistra. Senza una prova,
Calabresi fu accusato di essere l'assassino di Pinelli…Odio allo stato puro, quello
di cui ci lamentiamo oggi è uno scherzo da asilo infantile…Ma il commissario
pensa ai sottufficiali che erano con lui la notte della morte di Pinelli…Mi dirà: 'la
loro vita, i sacrifici delle loro mogli, può immaginarseli… Io, ringraziando Dio, ho
trovato in me stesso, nei miei princìpi, nell'educazione che ho ricevuto, la forza di
superare questa prova'".
E dell'amico Pinelli non le ha mai detto nulla, signor Pansa, e dello strazio
della di lui moglie?
La prosa accattivante del Pansa parla di Pinelli che va verso la sua fine, di una
morte oscura, seguita da un'incauta conferenza stampa del questore dove Pinelli
venne definito suicida e durante la quale Calabresi dice una frase che significa tutto
e nulla. Sono questi i punti che intendo analizzare.
Cominciamo dalla morte oscura. Nessuno oggi sostiene più la tesi del suicidio.
Penso che Pansa lo sappia, dal momento che la morte di Pinelli è stata definita, 32
anni fa, accidentale. Perché Pansa vi fa ancora ricorso?
Passiamo all'incauta conferenza-stampa. In quella conferenza-stampa, dove
c'era anche Allegra, Guida dichiarò apertis verbis che Pinelli, messo alle strette, si
era buttato dalla finestra gridando: è la fine dell'anarchia! Una totale falsità!
Perché definire allora priva di avvedutezza una conferenza-stampa che conteneva
una clamorosa bugia? Sarebbe stato forse meglio se Guida non avesse usato una
forma retorica così rumorosa? Ma meglio per chi? E Pansa a cosa pensava quando
ha scelto quell'aggettivo? Io credo ancora che, ipocritamente, stava assumendo non
il punto di vista di chi sta rievocando un fatto, ma piuttosto quello di difensore
d'ufficio delle istituzioni, anche in un caso in cui sono state ampiamente
sbugiardate!
… e quella di d'Avanzo
Il giornalista de la Repubblica sceglie un taglio narrativo del tutto diverso.
Parte dall'oggi, quando Gemma Calabresi "si appunta quel piccolo disco d'oro alla
giacca con un largo sorriso". E si serve dei ricordi di lei per tornare indietro di 32
anni. "Andai all'obitorio. Tutto intorno la folla ci insultava, sputava…". Per poi
dire "… che un ragazzo di 34 anni, commissario di polizia, aveva affrontato in
solitudine e con il coraggio di chi ha le mani pulite, un dovere da assolvere, una
menzogna da affrontare".
Dunque d'Avanzo colloca Calabresi tra la verità e la ragion di Stato. E, pur non
attribuendo alcuna responsabilità precisa ad altri ("Pinelli volò giù di sotto nel
cortile"), sostiene che il commissario non era nella sua stanza durante l'ultimo
interrogatorio di Pinelli, presentando perciò questa presenza come "la menzogna
che per due decenni si è trasformata in una convinzione diffusa". Per d'Avanzo,
sembra di capire, se ci sono responsabilità per la morte di Pinelli non possono
essere attribuite perciò a Calabresi. Ora, a parte che l'assenza dalla stanza è stata
certificata frettolosamente da quei servizi segreti che sappiamo essere coinvolti
ampiamente almeno nella campagna di depistaggio, è ragionevole pensare che
Calabresi sia stato messo al corrente di quanto era avvenuto nella stanza durante la
sua assenza, (dove c'erano sicuramente il tenente dei carabinieri Savino Lo Grano,
e i brigadieri di polizia Vito Panessa, Pietro Muccilli, Carlo Mainardi e Giuseppe
Caracuta) e che perciò fosse stato, diciamo così, messo al corrente sulle cause della
tragedia.
Invece d'Avanzo fonda tutto sulla manipolazione assenza-presenza perché
Calabresi passi da dottor Jekill a Mister Hyde nell'immaginario di una generazione
che aveva intuito "che una parte consistente dell'apparato statale declinasse
consapevolmente verso l'illegalità". Quest'ultima citazione è tra virgolette nel testo
ma è anonima.
Ma se d'Avanzo, e non abbiamo ragione di dubitarlo, la condivide, perché
insistere soltanto sulla storia personale di Calabresi? Perché fidarsi ciecamente
delle sole parole della moglie?
Procediamo con ordine. L'autore dell'articolo attribuisce a Calabresi gli stessi
dubbi della sua generazione, che non era perciò convinto delle apparenze. Ci
sarebbe la possibilità di approfondire. Ed invece che fa? Cita Gemma Calabresi:
"Gigi si convinse che la matrice degli attentati non fosse da ricercarsi
esclusivamente nella sinistra eversiva. Egli prese a dubitare sempre più fortemente
finché un giorno, non molto tempo prima di essere assassinato, mi disse: 'Gemma,
ricordalo: menti di destra, manovalanza di sinistra'. Aveva capito che chi tirava i
fili era gente molto più su, gente seduta dietro la scrivania: gli strateghi della
tensione, appunto".
Le cose, caro d'Avanzo, non sono andate proprio così. L'auspicata convergenza
degli estremismi non ha svolto alcun ruolo nella strage di piazza Fontana, per il
semplice motivo che non c'è stata. Era una sola la matrice, di marca fascista in
stretta collusione con i servizi. Perché allora riprendere vecchie storie da un testo
autobiografico?
L'autore va avanti poi con la sua tesi della solitudine. Calabresi è icona della
violenza dello Stato e "capro espiatorio di uno Stato che, per allontanare da se
stesso l'accusa di stragismo e di tradimento, scarica su un suo limpido servitore
ogni responsabilità per la morte di Pino Pinelli. Luigi Calabresi fu costretto a
difendersi da solo. Era come rassegnato. Gli spararono alle spalle".
Una tesi debole, se si pensa al tempo trascorso tra le bombe di piazza Fontana e
l'uccisione di Calabresi, con la possibilità per lui per contrastare quella parte
consistente dello Stato declinato verso l'illegalità. E del vero capro espiatorio,
Pinelli, nemmeno una parola. Ma io non intendo giudicare Calabresi, non è mio
compito né mio desiderio.
Il resto dell'articolo è dedicato per intero alla moglie del commissario. Un
cittadino colpito nei suoi affetti familiari subisce una menomazione, una privazione
che non può in alcun modo essere compensata o attenuata. Ma il mio diritto alla
verità resta sempre identico al suo!
Conclusioni
Quest'articolo è stato soprattutto un'occasione per ricordare in modo non
canonico Giuseppe Pinelli. Ma anche per esprimere la mia crescente difficoltà
logica nell'accettare l'illogico quanto oppressivo pensiero dominante. Ma perché, di
fronte alla morte di un onesto cittadino, in questura, tutto finisce nel dimenticatoio
e invece i responsabili della sua morte vengono promossi elogiati commemorati?
Mi si dirà che detti responsabili non sono mai stati riconosciuti come tali, che
promozioni elogi commemorazioni sono legate ad un tempo successivo al ferale
evento.
Ma, in ogni onesto cittadino, l'ansia di verità può placarsi per questo? Sia ben
chiaro, non parlo di chi è stato colpito nei suoi affetti, la moglie di Pinelli e tutti i
suoi parenti ed amici, ma di me e di milioni come me che, dalla morte di Pinelli in
poi, hanno visto segnato il loro futuro, di violenza e di attacco alle libertà di vita e
di lavoro.
Ma perché professionisti noti preferiscono dimenticare la storia o, peggio,
propinarcene un'altra, pur sapendo di poter essere smentiti da alcuni loro coetanei,
facilmente sul piano storico e logico, ma molto più difficilmente sul piano pratico,
dal momento che non hanno accesso ai mezzi di comunicazione di massa? E si
tratta poi degli stessi protagonisti, Pansa in particolare, che si presentano come
paladini della verità a tutto campo, non di quella ingessata dei vincitori!
Prendiamo il nostro caso. Un anno dopo la morte di Pinelli, uscì un libretto La
strage di Stato - Controinchiesta, che puntualmente evidenziava le contraddizioni
dello Stato, mentre nasceva la strategia della tensione. Puntuale, pignolo, questo
testo, mai abbastanza lodato, ricostruiva, con dati inoppugnabili, la rete delle
complicità fasciste con i servizi segreti, la necessità di coinvolgere
immediatamente gli anarchici, l'infiltrazione del fascista Merlino nel circolo 22
marzo, e il suo ruolo di spia, come espressione di una nuova tattica mentre il
fascismo squadrista entrava in crisi, e, nel suo quarto capitolo, come e perché fosse
morto Pinelli.
Ebbene, delle risultanze di questa controinchiesta, mai smentita, i nostri autori,
per come raccontano i fatti, sembrano non esserne nemmeno venuti a conoscenza!
Altrimenti saprebbero che la polizia ha fornito in un mese, oltre alla tesi del
suicidio, tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio.
"La prima: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di
fermarlo senza riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra,
abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne
abbiamo frenato lo slancio: come dire ecco perché è scivolato lungo il muro. Ma
questa versione è stata resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto
rilevare la stranezza della caduta. Infine l'ultima, la più incredibile, fornita 'in
esclusiva' il 17 gennaio al Corriere della Sera: quando Pinelli ha spalancato la
finestra, abbiamo tentato di fermarlo e uno dei sottufficiali presenti, il brigadiere
Vito Panessa, con un balzo 'cercò di afferrarlo e salvarlo: in mano gli rimase
soltanto una scarpa del suicida'. I giornalisti che sono accorsi nel cortile subito
dopo l'allarme lanciato da Aldo Palumbo [cronista de l'Unità di Milano, NdA],
ricordano benissimo che l'anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi".
E saprebbero anche che la polizia ha fornito due versioni contrastanti del
movente del suicidio:
"Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi è crollato e sentendosi
ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando 'è la fine dell'anarchia'.
Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l'alibi era risultato
assolutamente valido: Pinelli innocente, bravo ragazzo, nessuno di noi riesce a
spiegarsi il suo gesto".
Quando a maggio del 1970, il magistrato Giuseppe Caizzi cui era stata affidata
l'inchiesta sulla morte di Pinelli, la concluderà con un sibillino verdetto di 'morte
accidentale' (non suicidio quindi!), risulterà chiaro a tutti che la polizia aveva
mentito e che un onesto cittadino aveva inspiegabilmente perduto la vita in uno dei
posti più sicuri di Milano. Le ricordano queste cose i nostri, e in particolare Pansa
che aveva le mani in pasta, come ci ha ricordato con dovizia di particolari?
Io spero soltanto che non pensino alla ragion di Stato, rifugio spesso ignobile,
come ragione alla quale fecero ricorso, per anni, i fedeli servitori dello Stato
corresponsabili della tragica morte di Pinelli. Quanto a loro, devono pur mangiare
e dunque se gli ordinano "un pezzo", è bene che sia in sintonia con l'idem sentire
del potere.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Uno scheletro nell&#8217;armadio dello Stato:<br />
la morte di Pinelli<br />
di Giancarlo Paciello<br />
Introduzione<br />
Sono certo che molti lettori di questa rivista erano presenti il 13 dicembre<br />
2003, a Roma, per affermare con forza, contro ogni opportunismo, il diritto del<br />
popolo iracheno a resistere e il dovere antimperialista di solidarizzare con esso. Il<br />
tempo, galantuomo, si è affrettato a confermare la giustezza di quella scelta, anche<br />
se naturalmente anche altri agitano soltanto ora, e sempre ambiguamente, la<br />
necessità di sostenere la resistenza irachena.<br />
Ma penso che questo tema sia affrontato e sviscerato con la dovuta profondità<br />
in altre parti del giornale e non è mia intenzione invadere inutilmente il campo di<br />
tali argomentazioni. Ho fatto riferimento al 13 dicembre per un motivo molto<br />
preciso. C&#8217;ero anch&#8217;io e, in un breve intervento, di fronte ad un uditorio piuttosto<br />
stanco per aver partecipato ad un dibattito di diverse ore, ritenni opportuno<br />
ricordare un 13 dicembre di 34 anni prima, il giorno successivo alla strage di<br />
piazza Fontana.<br />
Parlai in quella occasione, dell&#8217;opportunismo del PCI che, mandando alla<br />
malora la sua anima democratica, puntò soltanto a smarcarsi dalla sinistra<br />
extraparlamentare, sostenendo la sua totale estraneità da essa (arrivando al ridicolo<br />
di presentare la fotografia di Valpreda con un braccio tagliato per evitare che si<br />
vedesse il suo saluto con il pugno chiuso!), senza capire (o facendo finta di non<br />
aver capito) nulla dell&#8217;attacco sferrato contro le lotte proletarie e contro la<br />
democrazia. Trovavo infatti una certa assonanza tra quel comportamento e quello<br />
dei giornali &#8220;comunisti&#8221; di oggi.<br />
Parlai anche, ad un uditorio che per il 90%, nel 1969, non era ancora nato o lo<br />
era soltanto da poco, e parlai di Pinelli. Un uomo nel quale mi sono empaticamente<br />
identificato, come mi succede nei confronti di tutti coloro che, coerentemente,<br />
hanno combattuto e combattono per un ideale di libertà e di eguaglianza.<br />
La vicenda di Pinelli è emblematica. Convocato in questura, vi si reca con il<br />
suo Benelli, la sera del 12 dicembre 1969. Ne esce, da morto, precipitato da un<br />
quarto piano, la mattina del 16. Nessuno dei fedeli servitori dello Stato che hanno<br />
avuto rapporti con lui in quei tre giorni, ci ha saputo dare, con il passare degli anni,<br />
una spiegazione circa la sua morte e a nessuno degli stessi fedeli servitori è stata<br />
chiesta la spiegazione medesima. A nessuna delle Autorità è mai venuto in mente<br />
di ricordare la figura del ferroviere anarchico milanese, morto in questura senza<br />
essere responsabile di nulla.<br />
Eppure, l&#8217;Istituzione dello Stato che ti convoca, oltre al diritto di chiederti<br />
quello che ritiene opportuno per proteggere la comunità, (in presenza del tuo<br />
avvocato!) ha anche il dovere - mi pare - di proteggere il convocato. Certo, in<br />
tempi in cui si vuole legalizzare la tortura, e con le notizie orripilanti che vengono<br />
dall&#8217;Iraq, queste considerazioni possono sembrare molto strambe, ma non tanto, se<br />
si pensa che, in clima di globalizzazione, tutto si importa e si esporta com&#8217;è il caso<br />
della democrazia!<br />
Ma come mai, a maggio (2004), ti viene in mente di parlare proprio di Pinelli,<br />
uno tra i tantissimi (milioni e milioni) con i quali dici di identificarti<br />
empaticamente? La domanda è giustissima anche se, in questo caso, me la sono<br />
fatta da solo.<br />
Ebbene è stata talmente forte la provocazione di due articoli usciti su la<br />
Repubblica il 13 e il 14 maggio (e non ho letto quelli degli altri giornali…) che non<br />
ho potuto, né voluto resistere all&#8217;impulso di denunciarne la falsità, oltre che una<br />
debordante ipocrisia. Gli articoli sono: Il commissario senza pistola di Giampaolo<br />
Pansa (quello del 13) e La medaglia al commissario di Giuseppe d&#8217;Avanzo (quello<br />
del 14). Analizzando questi due articoli, innanzitutto cercherò di calmarmi, con<br />
una sorta di procedimento omeopatico, ma soprattutto tenterò di restituire storia e<br />
memoria ad un martire proletario: Giuseppe Pinelli.<br />
Si dirà che ormai questo è un linguaggio desueto, ma io credo non si debba mai<br />
lasciare spazio a semplificazioni che spingono verso la falsificazione dei fatti.<br />
Proletario Pinelli lo era, anche sociologicamente parlando, quanto al suo martirio è<br />
assolutamente indiscutibile che ci sia stato, vista la sua totale estraneità alle bombe<br />
di piazza Fontana. Che sia dipeso dalla sua ideologia che non circola abitualmente<br />
per via Montenapoleone, non ci sono dubbi!<br />
La memoria di Pansa<br />
Cominciamo con l&#8217;articolo di Pansa. Il giornalista sa come catturare l&#8217;attenzione<br />
del lettore e dichiara di ricordare benissimo dove si trovava la mattina del 17<br />
maggio 1972, quando fu ucciso il commissario Calabresi, e le modalità con cui<br />
venne a conoscenza del fatto. Un bell&#8217;inizio, che gli permette di tornare indietro di<br />
32 anni, per poi procedere ad un ulteriore flash-back di cinque o sei settimane che<br />
lo porta alla questura di via Fatebenefratelli, nella stanza del capo della sezione<br />
politica Antonino Allegra, dove, in cerca di notizie, s&#8217;imbatte in Calabresi.<br />
Passaggio brusco, eccolo descrivere il commissario:<br />
&#8220;Aveva 34 anni, era un giovane slanciato, asciutto, il solito pullover a collo<br />
alto sotto la giacca, il volto segnato dallo stress, lo sguardo scheggiato dal<br />
risentimento e dall&#8217;amarezza&#8221;.<br />
E siamo al dialogo assai diverso dagli altri incontri:<br />
&#8220;Da due anni sto sotto questa tempesta. E lei non può immaginare che cosa ho<br />
passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non<br />
so come potrei resistere. Non posso più fare un passo. E&#8217; bastato che mi vedessero<br />
uscire dall&#8217;obitorio dove era stato portato Feltrinelli, per sostenere che avevo già<br />
cominciato a trafficare attorno al cadavere dell&#8217;editore, con i candelotti di<br />
dinamite […] Che Paese è mai diventato questo? A volte ti vien voglia di…&#8221;.<br />
Al dialogo è presente anche il dottor Allegra che riprendendo alcune<br />
considerazioni su &#8220;piccoli nuclei di terroristi rossi&#8221;, si lascia andare ad uno<br />
&#8220;Speriamo che non comincino a sparare sui poliziotti&#8221;.<br />
E così, l&#8217;abile ricostruzione del ricordo permette all&#8217;autore di chiedere a<br />
Calabresi se ha paura, per riceverne la risposta canonica:<br />
&#8220;Paura no, perché ho la coscienza tranquilla. […]. No, non ho paura. Ogni<br />
mattina esco di casa tranquillo. Vado al lavoro sulla mia 500, senza pistola e<br />
senza protezioni. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia…&#8221;.<br />
Pansa può così ritornare al 17 maggio del 1972 quando preparò il servizio per<br />
La Stampa sull&#8217;avvenimento. Un abile passaggio che favorisce la ricostruzione<br />
della vita di Calabresi fino alla nomina a commissario aggiunto nel 1968. E siamo<br />
al momento clou: &#8220;Poi spuntò il giorno che avrebbe cambiato l&#8217;Italia. E che<br />
sarebbe stato anche l&#8217;inizio della condanna a morte di Calabresi&#8221;. Così Pansa<br />
definisce il 12 dicembre 1969. Ed entra finalmente in argomento.<br />
Il 12 dicembre 1969, la bomba alla Banca Nazionale dell&#8217;Agricoltura, la strage<br />
di piazza Fontana. (E’ opportuno ricordare che 16 furono le vittime immediate e 88<br />
i feriti dei quali alcuni segnati per sempre). Il nostro è molto laconico sulle<br />
conseguenze, tutto teso a disegnare la figura del commissario che, nel bar dinanzi<br />
alla questura &#8220;ci trasferì una sua impressione: che l&#8217;attentato doveva essere cosa di<br />
anarchici&#8221;.<br />
L&#8217;articolo continua con riferimenti al commissario che cercava di capire l&#8217;area<br />
della sinistra extraparlamentare che gli avevano affidata, piena di elogi per<br />
quest&#8217;uomo &#8220;senza alterigia né ostilità ottuse&#8221; nel ricordo dell&#8217;autore. E il ricordo<br />
va oltre, dal momento che si precisa che Calabresi conosceva bene soprattutto un<br />
anarchico sui quarant&#8217;anni, Pino Pinelli, ferroviere, capo-smistamento allo scalo<br />
Garibaldi. Lo aveva visto, con Allegra, in tanti cortei e anche in questura e aveva<br />
stabilito con lui buoni rapporti tanto da scambiarsi un regalo a Natale del 1968,<br />
(cose che si fanno soltanto tra amici soprattutto se lo scambio è costituito da un<br />
libro, a mio parere!)<br />
Calabresi dunque ha un&#8217;impressione circa gli autori dell&#8217;attentato e convoca<br />
Pinelli in questura la sera del 12 dicembre. Questi, inforcato il suo Benelli, vi si<br />
reca seguito dalla 850 Fiat della polizia. Vale la pena citare la prosa di Pansa:<br />
&#8220;Un tragitto lento, attraverso una Milano attonita, nebbia, smog, fari di auto,<br />
semafori rossi, adagio adagio, verso la sua fine. Pinelli morì tre notti dopo,<br />
precipitando dalla finestra dell&#8217;ufficio di Calabresi, dentro un&#8217;aiuola stenta,<br />
coperta di neve sporca. Una morte, oscura, ancora oggi mai chiarita. Seguita da<br />
un&#8217;incauta conferenza stampa del questore Marcello Guida, dove Pinelli venne<br />
definito suicida e complice della strage. A fianco del questore con altri funzionari,<br />
Calabresi pronunciò appena una frase: &#8216;Lo credevamo incapace di violenza,<br />
invece… E&#8217; risultato legato a persone sospette&#8217;&#8221;.<br />
In queste poche righe Pansa consuma tutto il suo contorto bisogno di<br />
falsificazione degli eventi relativi a Pinelli, e non solo. Si dirà: un articolo non è un<br />
saggio di storia, il soggetto è Calabresi non Pinelli, e poi ci sono stati dei processi,<br />
insomma quanto era necessario per poter andare avanti con l&#8217;articolo è stato detto.<br />
Ma io non sono d&#8217;accordo e vi dico subito perché.<br />
La storia di Pinelli e quella di Calabresi non si possono scrivere separatamente,<br />
almeno per quanto riguarda quei tremendi giorni che vanno dal 12 al 16 dicembre,<br />
che si concludono con la morte di Pinelli. E veniamo alla frase che Pansa<br />
attribuisce a Calabresi: &#8220;Lo credevamo incapace di violenza, invece… E&#8217; risultato<br />
legato a persone sospette&#8221;.<br />
Un vero gioiello! E&#8217; l&#8217;amico che parla, quello che un anno prima, a Natale ha<br />
regalato un libro a Pinelli, subito contraccambiato. Fino a prova contraria, Pinelli è<br />
considerato da tutti, compagni ed inquirenti, incapace di violenza. Varrebbe la<br />
pena di continuare a crederlo, dal momento che è soltanto risultato legato a persone<br />
non colpevoli ma soltanto sospette! Invece, dal momento che Pinelli è morto, e che<br />
l&#8217;imperativo è: sono stati gli anarchici, occorre criminalizzarlo, altrimenti che<br />
figura ci fanno le istituzioni e che figura ci fa lo stesso Calabresi, dal momento che<br />
Pinelli è &#8220;caduto&#8221; dalla finestra del suo ufficio? Anche Calabresi dunque mentiva<br />
spudoratamente.<br />
Io sostengo una tesi inoppugnabile: Pinelli è morto in questura e dunque la<br />
responsabilità è in primo luogo del questore (che ha mentito) e via via di tutti<br />
coloro che lo hanno interrogato. Perché mai Pinelli innocente, avrebbe dovuto<br />
suicidarsi? Ma soprattutto sostengo che Pansa tutte queste cose le sa e non può<br />
scrivere un articolo su piazza Fontana dedicando quattro righe a Pinelli, vittima<br />
innocente e tutto il resto dell&#8217;articolo a Calabresi corresponsabile oggettivamente<br />
della fine di Pinelli.<br />
Certo l&#8217;argomento è legato alla medaglia d&#8217;oro alla memoria per Calabresi, ma<br />
est modus in rebus! Il ruolo dei servizi segreti, l&#8217;affaire Valpreda, l&#8217;infiltrato<br />
Merlino e via complottando, sono verità storicamente consolidate e non possono<br />
essere omesse, in un articolo sulla strage di piazza Fontana!<br />
Quello che Pansa scrive continuando l&#8217;articolo è estraneo totalmente al mio<br />
modo di sentire. Il testo sapete dove trovarlo. Farò un&#8217;unica e composita citazione:<br />
&#8220;Quel che accadde dopo, lo ricordo come un incubo…Un linciaggio<br />
feroce…Una follia che contagiò migliaia di persone…Un&#8217;infamia consapevole,<br />
capace di generare il mostro del terrorismo di sinistra. Senza una prova,<br />
Calabresi fu accusato di essere l&#8217;assassino di Pinelli…Odio allo stato puro, quello<br />
di cui ci lamentiamo oggi è uno scherzo da asilo infantile…Ma il commissario<br />
pensa ai sottufficiali che erano con lui la notte della morte di Pinelli…Mi dirà: &#8216;la<br />
loro vita, i sacrifici delle loro mogli, può immaginarseli… Io, ringraziando Dio, ho<br />
trovato in me stesso, nei miei princìpi, nell&#8217;educazione che ho ricevuto, la forza di<br />
superare questa prova&#8217;&#8221;.<br />
E dell&#8217;amico Pinelli non le ha mai detto nulla, signor Pansa, e dello strazio<br />
della di lui moglie?<br />
La prosa accattivante del Pansa parla di Pinelli che va verso la sua fine, di una<br />
morte oscura, seguita da un&#8217;incauta conferenza stampa del questore dove Pinelli<br />
venne definito suicida e durante la quale Calabresi dice una frase che significa tutto<br />
e nulla. Sono questi i punti che intendo analizzare.<br />
Cominciamo dalla morte oscura. Nessuno oggi sostiene più la tesi del suicidio.<br />
Penso che Pansa lo sappia, dal momento che la morte di Pinelli è stata definita, 32<br />
anni fa, accidentale. Perché Pansa vi fa ancora ricorso?<br />
Passiamo all&#8217;incauta conferenza-stampa. In quella conferenza-stampa, dove<br />
c&#8217;era anche Allegra, Guida dichiarò apertis verbis che Pinelli, messo alle strette, si<br />
era buttato dalla finestra gridando: è la fine dell&#8217;anarchia! Una totale falsità!<br />
Perché definire allora priva di avvedutezza una conferenza-stampa che conteneva<br />
una clamorosa bugia? Sarebbe stato forse meglio se Guida non avesse usato una<br />
forma retorica così rumorosa? Ma meglio per chi? E Pansa a cosa pensava quando<br />
ha scelto quell&#8217;aggettivo? Io credo ancora che, ipocritamente, stava assumendo non<br />
il punto di vista di chi sta rievocando un fatto, ma piuttosto quello di difensore<br />
d&#8217;ufficio delle istituzioni, anche in un caso in cui sono state ampiamente<br />
sbugiardate!<br />
… e quella di d&#8217;Avanzo<br />
Il giornalista de la Repubblica sceglie un taglio narrativo del tutto diverso.<br />
Parte dall&#8217;oggi, quando Gemma Calabresi &#8220;si appunta quel piccolo disco d&#8217;oro alla<br />
giacca con un largo sorriso&#8221;. E si serve dei ricordi di lei per tornare indietro di 32<br />
anni. &#8220;Andai all&#8217;obitorio. Tutto intorno la folla ci insultava, sputava…&#8221;. Per poi<br />
dire &#8220;… che un ragazzo di 34 anni, commissario di polizia, aveva affrontato in<br />
solitudine e con il coraggio di chi ha le mani pulite, un dovere da assolvere, una<br />
menzogna da affrontare&#8221;.<br />
Dunque d&#8217;Avanzo colloca Calabresi tra la verità e la ragion di Stato. E, pur non<br />
attribuendo alcuna responsabilità precisa ad altri (&#8221;Pinelli volò giù di sotto nel<br />
cortile&#8221;), sostiene che il commissario non era nella sua stanza durante l&#8217;ultimo<br />
interrogatorio di Pinelli, presentando perciò questa presenza come &#8220;la menzogna<br />
che per due decenni si è trasformata in una convinzione diffusa&#8221;. Per d&#8217;Avanzo,<br />
sembra di capire, se ci sono responsabilità per la morte di Pinelli non possono<br />
essere attribuite perciò a Calabresi. Ora, a parte che l&#8217;assenza dalla stanza è stata<br />
certificata frettolosamente da quei servizi segreti che sappiamo essere coinvolti<br />
ampiamente almeno nella campagna di depistaggio, è ragionevole pensare che<br />
Calabresi sia stato messo al corrente di quanto era avvenuto nella stanza durante la<br />
sua assenza, (dove c&#8217;erano sicuramente il tenente dei carabinieri Savino Lo Grano,<br />
e i brigadieri di polizia Vito Panessa, Pietro Muccilli, Carlo Mainardi e Giuseppe<br />
Caracuta) e che perciò fosse stato, diciamo così, messo al corrente sulle cause della<br />
tragedia.<br />
Invece d&#8217;Avanzo fonda tutto sulla manipolazione assenza-presenza perché<br />
Calabresi passi da dottor Jekill a Mister Hyde nell&#8217;immaginario di una generazione<br />
che aveva intuito &#8220;che una parte consistente dell&#8217;apparato statale declinasse<br />
consapevolmente verso l&#8217;illegalità&#8221;. Quest&#8217;ultima citazione è tra virgolette nel testo<br />
ma è anonima.<br />
Ma se d&#8217;Avanzo, e non abbiamo ragione di dubitarlo, la condivide, perché<br />
insistere soltanto sulla storia personale di Calabresi? Perché fidarsi ciecamente<br />
delle sole parole della moglie?<br />
Procediamo con ordine. L&#8217;autore dell&#8217;articolo attribuisce a Calabresi gli stessi<br />
dubbi della sua generazione, che non era perciò convinto delle apparenze. Ci<br />
sarebbe la possibilità di approfondire. Ed invece che fa? Cita Gemma Calabresi:<br />
&#8220;Gigi si convinse che la matrice degli attentati non fosse da ricercarsi<br />
esclusivamente nella sinistra eversiva. Egli prese a dubitare sempre più fortemente<br />
finché un giorno, non molto tempo prima di essere assassinato, mi disse: &#8216;Gemma,<br />
ricordalo: menti di destra, manovalanza di sinistra&#8217;. Aveva capito che chi tirava i<br />
fili era gente molto più su, gente seduta dietro la scrivania: gli strateghi della<br />
tensione, appunto&#8221;.<br />
Le cose, caro d&#8217;Avanzo, non sono andate proprio così. L&#8217;auspicata convergenza<br />
degli estremismi non ha svolto alcun ruolo nella strage di piazza Fontana, per il<br />
semplice motivo che non c&#8217;è stata. Era una sola la matrice, di marca fascista in<br />
stretta collusione con i servizi. Perché allora riprendere vecchie storie da un testo<br />
autobiografico?<br />
L&#8217;autore va avanti poi con la sua tesi della solitudine. Calabresi è icona della<br />
violenza dello Stato e &#8220;capro espiatorio di uno Stato che, per allontanare da se<br />
stesso l&#8217;accusa di stragismo e di tradimento, scarica su un suo limpido servitore<br />
ogni responsabilità per la morte di Pino Pinelli. Luigi Calabresi fu costretto a<br />
difendersi da solo. Era come rassegnato. Gli spararono alle spalle&#8221;.<br />
Una tesi debole, se si pensa al tempo trascorso tra le bombe di piazza Fontana e<br />
l&#8217;uccisione di Calabresi, con la possibilità per lui per contrastare quella parte<br />
consistente dello Stato declinato verso l&#8217;illegalità. E del vero capro espiatorio,<br />
Pinelli, nemmeno una parola. Ma io non intendo giudicare Calabresi, non è mio<br />
compito né mio desiderio.<br />
Il resto dell&#8217;articolo è dedicato per intero alla moglie del commissario. Un<br />
cittadino colpito nei suoi affetti familiari subisce una menomazione, una privazione<br />
che non può in alcun modo essere compensata o attenuata. Ma il mio diritto alla<br />
verità resta sempre identico al suo!<br />
Conclusioni<br />
Quest&#8217;articolo è stato soprattutto un&#8217;occasione per ricordare in modo non<br />
canonico Giuseppe Pinelli. Ma anche per esprimere la mia crescente difficoltà<br />
logica nell&#8217;accettare l&#8217;illogico quanto oppressivo pensiero dominante. Ma perché, di<br />
fronte alla morte di un onesto cittadino, in questura, tutto finisce nel dimenticatoio<br />
e invece i responsabili della sua morte vengono promossi elogiati commemorati?<br />
Mi si dirà che detti responsabili non sono mai stati riconosciuti come tali, che<br />
promozioni elogi commemorazioni sono legate ad un tempo successivo al ferale<br />
evento.<br />
Ma, in ogni onesto cittadino, l&#8217;ansia di verità può placarsi per questo? Sia ben<br />
chiaro, non parlo di chi è stato colpito nei suoi affetti, la moglie di Pinelli e tutti i<br />
suoi parenti ed amici, ma di me e di milioni come me che, dalla morte di Pinelli in<br />
poi, hanno visto segnato il loro futuro, di violenza e di attacco alle libertà di vita e<br />
di lavoro.<br />
Ma perché professionisti noti preferiscono dimenticare la storia o, peggio,<br />
propinarcene un&#8217;altra, pur sapendo di poter essere smentiti da alcuni loro coetanei,<br />
facilmente sul piano storico e logico, ma molto più difficilmente sul piano pratico,<br />
dal momento che non hanno accesso ai mezzi di comunicazione di massa? E si<br />
tratta poi degli stessi protagonisti, Pansa in particolare, che si presentano come<br />
paladini della verità a tutto campo, non di quella ingessata dei vincitori!<br />
Prendiamo il nostro caso. Un anno dopo la morte di Pinelli, uscì un libretto La<br />
strage di Stato - Controinchiesta, che puntualmente evidenziava le contraddizioni<br />
dello Stato, mentre nasceva la strategia della tensione. Puntuale, pignolo, questo<br />
testo, mai abbastanza lodato, ricostruiva, con dati inoppugnabili, la rete delle<br />
complicità fasciste con i servizi segreti, la necessità di coinvolgere<br />
immediatamente gli anarchici, l&#8217;infiltrazione del fascista Merlino nel circolo 22<br />
marzo, e il suo ruolo di spia, come espressione di una nuova tattica mentre il<br />
fascismo squadrista entrava in crisi, e, nel suo quarto capitolo, come e perché fosse<br />
morto Pinelli.<br />
Ebbene, delle risultanze di questa controinchiesta, mai smentita, i nostri autori,<br />
per come raccontano i fatti, sembrano non esserne nemmeno venuti a conoscenza!<br />
Altrimenti saprebbero che la polizia ha fornito in un mese, oltre alla tesi del<br />
suicidio, tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio.<br />
&#8220;La prima: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di<br />
fermarlo senza riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra,<br />
abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne<br />
abbiamo frenato lo slancio: come dire ecco perché è scivolato lungo il muro. Ma<br />
questa versione è stata resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto<br />
rilevare la stranezza della caduta. Infine l&#8217;ultima, la più incredibile, fornita &#8216;in<br />
esclusiva&#8217; il 17 gennaio al Corriere della Sera: quando Pinelli ha spalancato la<br />
finestra, abbiamo tentato di fermarlo e uno dei sottufficiali presenti, il brigadiere<br />
Vito Panessa, con un balzo &#8216;cercò di afferrarlo e salvarlo: in mano gli rimase<br />
soltanto una scarpa del suicida&#8217;. I giornalisti che sono accorsi nel cortile subito<br />
dopo l&#8217;allarme lanciato da Aldo Palumbo [cronista de l&#8217;Unità di Milano, NdA],<br />
ricordano benissimo che l&#8217;anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi&#8221;.<br />
E saprebbero anche che la polizia ha fornito due versioni contrastanti del<br />
movente del suicidio:<br />
&#8220;Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi è crollato e sentendosi<br />
ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando &#8216;è la fine dell&#8217;anarchia&#8217;.<br />
Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l&#8217;alibi era risultato<br />
assolutamente valido: Pinelli innocente, bravo ragazzo, nessuno di noi riesce a<br />
spiegarsi il suo gesto&#8221;.<br />
Quando a maggio del 1970, il magistrato Giuseppe Caizzi cui era stata affidata<br />
l&#8217;inchiesta sulla morte di Pinelli, la concluderà con un sibillino verdetto di &#8216;morte<br />
accidentale&#8217; (non suicidio quindi!), risulterà chiaro a tutti che la polizia aveva<br />
mentito e che un onesto cittadino aveva inspiegabilmente perduto la vita in uno dei<br />
posti più sicuri di Milano. Le ricordano queste cose i nostri, e in particolare Pansa<br />
che aveva le mani in pasta, come ci ha ricordato con dovizia di particolari?<br />
Io spero soltanto che non pensino alla ragion di Stato, rifugio spesso ignobile,<br />
come ragione alla quale fecero ricorso, per anni, i fedeli servitori dello Stato<br />
corresponsabili della tragica morte di Pinelli. Quanto a loro, devono pur mangiare<br />
e dunque se gli ordinano &#8220;un pezzo&#8221;, è bene che sia in sintonia con l&#8217;idem sentire<br />
del potere.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Cosimo</title>
		<link>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-4792</link>
		<dc:creator>Cosimo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 13:57:48 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-4792</guid>
		<description>Ho avuto occasione di vedere il programma "BALLARO' " e sono rimasto molto colpito dalla lettura dei protagonisti, in particolarmente da quel signore piuttosto (mi scusi ) calvo, complimenti sinceri, MOLTO MOLTO BRAVO VERAMENTE.
ora vorrei sapere dove potrei comprare il libro nella zona di Genova. Grazie.
P.S. E' gradita una risposta.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho avuto occasione di vedere il programma &#8220;BALLARO&#8217; &#8221; e sono rimasto molto colpito dalla lettura dei protagonisti, in particolarmente da quel signore piuttosto (mi scusi ) calvo, complimenti sinceri, MOLTO MOLTO BRAVO VERAMENTE.<br />
ora vorrei sapere dove potrei comprare il libro nella zona di Genova. Grazie.<br />
P.S. E&#8217; gradita una risposta.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: davnaz</title>
		<link>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-4783</link>
		<dc:creator>davnaz</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jan 2008 23:16:35 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-4783</guid>
		<description>sono stato testimone di quegli anni e ricordo bene il fatto tragico. quello che mi colpisce del libro è la serenità di giudizio, la mancanza assoluta do astio, rancore, accompagnata da una grande e condivisibile  amarezza di coloro che più soffrono. ma d'altra parte che cosa possiamo pretendere da un paese che ancora dopo 60 anni non ha il coraggio di riconoscere gli efferabili delitti della guerra di liberazione, dove i "parigiani" senza nessun distinguo sono ancora celebrati come "eroi" in dispregio di tutte le loro vittime, e che solo dopo 60 anni e per voce di insospettbili come Pansa suscitano qualche perplessità. abbiamo migliorato: è maturato un dubbio con il 50% di anticipo rispettoa al passato: 40 anni invece di 60. bel risultato, possiamo esserne fieri!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>sono stato testimone di quegli anni e ricordo bene il fatto tragico. quello che mi colpisce del libro è la serenità di giudizio, la mancanza assoluta do astio, rancore, accompagnata da una grande e condivisibile  amarezza di coloro che più soffrono. ma d&#8217;altra parte che cosa possiamo pretendere da un paese che ancora dopo 60 anni non ha il coraggio di riconoscere gli efferabili delitti della guerra di liberazione, dove i &#8220;parigiani&#8221; senza nessun distinguo sono ancora celebrati come &#8220;eroi&#8221; in dispregio di tutte le loro vittime, e che solo dopo 60 anni e per voce di insospettbili come Pansa suscitano qualche perplessità. abbiamo migliorato: è maturato un dubbio con il 50% di anticipo rispettoa al passato: 40 anni invece di 60. bel risultato, possiamo esserne fieri!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: janez</title>
		<link>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-3900</link>
		<dc:creator>janez</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Dec 2007 12:03:14 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-3900</guid>
		<description>magari sarebbe il caso che ascoltassi l'intervista di mario calabresi e leggessi attentamente la storia di giuseppe pinelli e le circostanze "misteriose" della sua morte.comunque non èuna critica al libro ma una critica alla realtà storica degli avenimenti visti da un solo punto di vista non tenendo presente vari fattori.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>magari sarebbe il caso che ascoltassi l&#8217;intervista di mario calabresi e leggessi attentamente la storia di giuseppe pinelli e le circostanze &#8220;misteriose&#8221; della sua morte.comunque non èuna critica al libro ma una critica alla realtà storica degli avenimenti visti da un solo punto di vista non tenendo presente vari fattori.</p>
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		<title>Di: guest</title>
		<link>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-3898</link>
		<dc:creator>guest</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Dec 2007 10:15:53 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.rednest.org/spingendo-la-notte-piu-in-la-un-libro-di-mario-calabresi/#comment-3898</guid>
		<description>Magari sarebbe il caso leggessi il libro che citi, prima di scrivere una recensione anche critica.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Magari sarebbe il caso leggessi il libro che citi, prima di scrivere una recensione anche critica.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
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