Toccare il fondo con un dito

E’ ufficiale, chissà se prima o poi leggeremo sulla gazzetta quest’affermazione tanto radicale: Abbiamo ufficialmente toccato il fondo. Le notizie rimbalzano dai quotidiani nazionali ai newsmagazine europei, dai fogli politici ai pamphlet mondadoriani, dalle pagine del libro dei primati di Hugh Beaver, quello del Guinnees non zoologia, ai bugiardini…Addirittura? Ci aspettavamo un millennio che ci avrebbe fatto toccare il cielo con un dito, abbiamo invece disastrosamente toccato il fondo con un dito.

Di cosa parlo? Evidentemente non siete stati sul pianeta Italia negli ultimi sei mesi, non avete gustato lo squisito intingolo di sospetti e accuse sulla casa monegasca del vicepresidente Fini, così come i diari pugliesi di Avetrana, “I diari di Avetrana”… sembra il titolo di una raccolta di poesie di Dino Campana, ed infine non vi siete deliziati con un postprandiale a base di sesso droga e rockandroll tra il presidente del consiglio, minorate e minorenni. Come dite? Si forse è meglio andare per gradi.

Cominciamo da qui.
Nel marzo del 2010 a pochi giorni dall’avventura delle elezioni regionali, che pure riservavano all’attento lettore una sequela di balletti tra i candidati del centrodestra alle regioni Lombardia e Lazio, terminati con un casquet dell’opposizione, il partito del premier era in pieno caos. Il quadro politico della maggioranza era connotato da scontri interni, da nomine contestate e soprattutto da una ventina di deputati che al grido di “Futuro e Libertà” erano pronti a lasciare il gruppo dei “peones” per rilanciare la figura centrista e di governo del loro leader: Gianfranco Fini. Le elezioni regionali, seppur invalidabili dai fatti sopracitati, hanno premiato il PDL nato nel 2009 dalla fusione di AN e Forza Italia.
Il primo congresso del Partito delle Libertà aveva già rivelato agli analisti politici le capacità di governo ed amministrazione degli uomini Liberi, la proposta fu:” è più democratico eleggere il nostro leader, tale Berlusconi Silvio per acclamazione o per alzata di mano?”. Naturalmente non ci è dato sapere come il leader sia stato eletto, ma comunque… si vinsero le elezioni regionali. E quest’è!

Poi il 22 aprile, durante il secondo congresso della direzione nazionale del PDL, il premier dalle larghe spalle, cercò nelle scarpe col tacco i sassolini che sino a quel momento aveva gelosamente custodito e ad uno ad uno li piazzò in faccia ad un Fini che ululava dal parterre come un Verdiano all’apertura delle Giornate Wagneriane. E dire che questo psicodramma si consumava all’auditorium della Conciliazione. E non finisce qui… E’ dall’ostrica di un Giornale attacato al premier che si scopre la perla nera dell’estate 2010, guardacaso all’indomani di un comizio che ufficializzava l’ avvenuta secessione tra I Futuristi, Marinetti porti pazienza, ed il Partito dei Liberi.

Si parla di una casa a Montecarlo ereditata da Alleanza nazionale, e svenduta dalla terza carica dello Stato per 300mila euro, il venti per cento del suo reale valore, a Giancarlo Tulliani, il cognato povero che va a spasso in Ferrari.

Voi mi direte:” Ma non ci sarebbero cose più importanti da scrivere sui giornali? Cose più serie.”. Sicuramente, è proprio lì che voglio arrivare, ma per il momento, vi racconto cosa I giornali hanno scritto e trattato, non quello che avrebbero potuto scrivere e trattare.

Libertà di stampa
I direttori di maggioranza affermano:” Abbiamo scritto in nome della libertà di stampa, non abbiamo paura di criticare il vicepremier, avevamo una notizia, una fonte, e l’abbiamo seguita. Il nostro è giornalismo d’inchiesta.” Quelli di minoranza rilanciano:” E’ killeraggio politico, voi uccidete la libertà di stampa.”.

Così a far saltare dalla sedia I garanti della libertà di stampa, ci pensano le tinte fosche dell’affare Ruby al secolo, Karima El Mahrou, e di un tormentone ridondante al pari del Waka Waka sudafricano. Una pratica onanorgiastico-misterica rivelata al nostro presidente del consiglio dal colonnello Gheddafi…ça va sans dir. Le comparse di questa soap in salsa porno, degne della migliore tradizione che vede, a mio parere, in “Signore e signori” di Pietro Germi l’apice stilistico e narrativo, sono I volti della televisione generalista. I volti chirurgici dell’Italia rivierasca, quelli di “Dajè a Sì, a sti comunsti di m….”. Le facce moderne di un’Italia sfacciata, senza volto.

Una digressione.
Ricordo un intervento televisivo del 1988 di Carmelo Bene, che all’incalzare di un belante Guido Davico Bonino, critico del teatro, rispose:” Io credo molto nei volti … il mio è un volto antico, non la tua, che è una faccia a saponetta”.
Che cosa c’entra mi chiedete? Solo una divagazione sull’importanza di avere un viso, un volto che spieghi a chi non ci conosce chi siamo e che riporti tra le crespe il tratto dei nostri dolori o la traccia di un sorriso. Non è facile portare in faccia un viso che ci racconti. Diffido di coloro che abusano della chirurgia plastica, hanno qualcosa da nascondere…oltre all’età.

Domande ad un pubblico immaginario
Ma torniamo a noi.
Ora pongo a voi lettori due domande. Me le concederete finalmente.
La prima. Possibile che non sappiamo più indignarci?
La seconda. Possibile che siamo appiattiti sulla retorica del timoniere che ci porta verso un dolce naufragio?

In discussione non c’è la libertà di stampa, per carità chi ce la tocca, ma la libertà di scegliere di essere cittadini o sudditi. Perché chi conosce il nostro paese sa bene che la libertà non è quasi mai conquistata, ma il più delle volte concessa dal leader caporione di turno. I pochi grandi giornalisti, le penne buone, fanno il proprio dovere spesso in piccole testate alla ricerca di un contraddittorio che gli viene puntualmente negato. Il resto, la maggioranza, invece di parlare di fatti sciorinano pettegolezzi in linea con un modello televisivo tanghero e ciarliero. A questa coltre intellettuale fa eco una classe politica indolente che naviga a vista “sanza nocchiere in gran tempesta”, che chiede di tirare la cinghia, ma che fa poco per razionalizzare la spesa ed evitare gli sprechi.

Il lavoro, la scuola, la cultura il patrimonio millenario che crolla, l’omissione di questi temi dall’ordine del giorno dovrebbero farci gridare d’indignazione. Ma il dibattito è fermo al “menu del giorno”, alla legge sulle devolutions, alla stesura della nuova costituzione. La Costituzione II. Un remake.
Bisogna proprio riscriverla la Costituzione, ma sul serio, si dovrà iniziare proprio dall’articolo 1. L’Italia è una repubblica fondata non più sul lavoro, ma sulla gente che lavora. Gli unici che meriterebbero risposte.

Abbiamo ufficialmente toccato il fondo con un dito ora sta a noi scegliere se risalire o iniziare a scavare. Buona fortuna.

Filippo Trotta

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